Aree interne, l’indagine di Riabitare l’Italia: più della metà dei giovani vuole restare

lentepubblica.it • 31 Marzo 2021

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Chi l’ha detto la maggior parte dei giovani va o vuole andar via dalle aree interne e montane del nostro paese? A rovesciare una narrazione data fin troppo per scontata è l’associazione Riabitare l’Italia che in questi giorni ha pubblicato i primi risultati di una poderosa ricerca sui giovani delle aree interne italiane dal titolo “Giovani Dentro”.

La ricerca è una delle prime iniziative dell’associazione costituitasi nell’estate del 2020, ma nata nel solco di un laboratorio attivo già da tre anni e che coinvolge esperti, accademici, operatori, attori sociali, cittadini, organizzazioni non governative, imprese, cooperative e aziende interessate al tema della riattivazione dei territori rurali, interni, marginalizzati e montani del paese.

L’obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione sulle risorse che ci sono nei territori di cui stiamo parlando – spiega a Redattore Sociale Andrea Membretti, professore di Sociologia del territorio all’Università di Pavia e coordinatore dell’indagine Giovani Dentro -. Vogliamo invertire lo sguardo e guardare l’Italia dai margini invece che da quello che si presume essere il centro”.

Aree interne, l’indagine di Riabitare l’Italia

I primi dati raccolti dall’associazione parlano chiaro: tra circa mille soggetti intervistati a dicembre 2020 con una rilevazione SWG, oltre la metà dei giovani tra i 18 e 39 anni (il 67%) è orientato a rimanere nel comune delle aree interne in cui vive.

In particolare, il 50% degli intervistati è orientato a restare pianificando lì la propria vita e il proprio lavoro (ciò è vero soprattutto per le donne, 52%) – spiega l’associazione – e circa il 15% è orientato a partire, anche se preferirebbe restare”.

I dati relativi al campione sono anch’essi significativi e degni d’attenzione: tra i soggetti intervistati, il 52% è di genere femminile e il 48% maschile. Il 45% ha tra i 18-29 anni e il 55% tra i 30-39 anni. Sono poco più della metà (54%) coloro che hanno trascorso del tempo fuori dal proprio comune in cui vive per esperienze di lavoro (di cui il 44% in Italia mentre circa il 10% all’estero), che sono durate più di un anno per il 42% dei rispondenti. Il 41% ha frequentato o sta frequentando l’università. Il 67% dei soggetti intervistati sono lavoratori. Il 44% ha un lavoro a tempo indeterminato, e il 22% a tempo determinato.

Le ragioni di chi vuole restare e di chi va via

Le ragioni di chi resta nelle aree interne o quelle che spingono i giovani a partire sono piuttosto definite. “Tra chi resta – spiega l’associazione -, i fattori a cui viene attribuito molto peso nella scelta sono: la migliore qualità della vita dal punto di vista ambientale e dello stile di vita (79%), la possibilità di avere contatti umani e sociali più gratificanti (67%), il minor costo della vita (60%) e perché il posto in cui si vive piace e offre opportunità per restare (55%)”.

Per chi va via, invece, le motivazioni principali riguardano le “opportunità in termini di qualità del lavoro e della formazione (84%) e la possibilità di accedere a migliori condizioni di vita per l’offerta di servizi culturali, sociali, assistenziali (77%)”.

La riscoperta della montagna

Dai primi dati, inoltre, emerge l’importanza “prospettica” delle attività agro-silvo-pastorali, spiega l’associazione.

Solo il 9% degli intervistati ritiene che la motivazione principale per rimanere in agricoltura sia la mancanza di valide alternative di lavoro e solo il 6% non vede motivazioni valide per lavorare in ambito agricolo – si legge in una nota -. Inoltre la maggior parte degli intervistati ha un rapporto positivo con la natura riconoscendone il valore di risorsa (13%) o vivendola come ambiente incontaminato (59%). Per il 21% il desiderio di contatto con gli animali e la natura è tra le motivazioni fondamentali che portano un giovane a lavorare in agricoltura. Altre motivazioni sono: la continuazione di attività familiari (17%), l’interesse personale (15%) e la preferenza per uno stile di vita semplice (12%)”.

Ma la riscoperta della montagna, delle sue risorse e delle opportunità che offrono le aree interne non è dovuta soltanto all’effetto lockdown imposto dalla pandemia da Covid-19.

Le opportunità si cominciavano a vedere già da alcuni anni – sottolinea Membretti -. Sono circa 20 anni che ci sono dei giovani che si rendono conto che le aree interne, soprattutto quelle montane, offrono delle specificità: risorse ambientali, anche in termini di spazi e terreni incolti che si possono trasformare; una minore densità abitativa e la rarefazione sociale che se per certi aspetti rappresenta un problema, per altri è anche un’occasione di innovazione”.

Gli effetti della pandemia

La pandemia ha accelerato questi processi, almeno dal punto di vista della percezione delle opportunità. “In concomitanza con la pandemia, ma comunque negli ultimi tempi, i giovani residenti in questi territori si stanno rendendo conto di quante risorse ci sono e che sia più opportuno sfruttare quelle risorse invece che andarsene – spiega Membretti -. La pandemia ha rappresentato un obbligo per molte persone a rimanere nel proprio territorio ed ha permesso loro di vedere risorse e opportunità”.

La ricerca-azione, tuttavia è ancora alle prime battute e potrebbe portare altre novità interessanti nei prossimi mesi. “Siamo già a lavoro su una seconda fase con 2mila questionari che abbiamo quasi finito di far compilare online a soggetti che abbiamo raggiunto attraverso contatti diretti, innanzitutto nelle aree interne, coprendo anche quelle più marginalizzate – continua Membretti -. Il secondo campione verrà completato nell’arco di due settimane circa e poi c’è la parte di interviste telefoniche e focus group che faremo da qui a giugno. Si tratta di un processo lungo di cui i dati presentati in questi giorni non sono che un’anticipazione”.

Il video

Qui di seguito il video che spiega il senso e i primi risultati della ricerca:

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Fonte: ALI - Autonomie Locali Italiane (tratto da redattoresociale.it - di Giovanni Augello)
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