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Diritto all’Oblio: obbligo per Google di cancellare i link vecchi e diffamatori

lentepubblica.it • 3 Ottobre 2016

googleSe un sito pubblica dati e notizie inerenti alla tua persona che, oltre ad essere diffamatori, non sono neanche più pertinenti, aggiornati, completi e attuali, perché è passato peraltro diverso tempo dai fatti, hai diritto a chiedere anche a Google la cancellazione del link dai risultati delle ricerche.

 

Con sentenza del n. 10374/2016 del 28/9/2016 il Tribunale di Milano ordina a Google Italy e a Google Inc, in solido, di provvedere alla deindicizzazione di un Url tra i risultati del motore di ricerca, relativa ad un blog contenente un articolo giornalistico diffamatorio risalente al 2010 e già rimosso dalla fonte stessa.

 

Il giudice ha stabilito che la tutela della propria identità personale sul web prevale sull’interesse degli utenti ad acquisire informazioni originarie, anche nel caso di un personaggio pubblico.

 

Recentemente anche la Corte di Cassazione, con sentenza n. 13161/2016 (qui sotto allegata), si è pronunciata sul diritto all’oblio, chiarendone presupposti e requisiti, anche alla luce del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali. La Suprema Corte è intervenuta a seguito di una vicenda che aveva visto condannare al risarcimento del danno il direttore e l’editore di una testata giornalistica telematica per violazione del diritto all’oblio.

 

Evidenziato il diritto del singolo – anche personaggio pubblico – a non vedere lesa la sua dignità e identità personale sul web, rispetto all’interesse degli utenti ad acquisire elementi informativi che non sono più quelli originari.

 

La Corte di Cassazione, interpellata sulla questione, ha confermato la decisione del Tribunale e ha ravvisato un illecito trattamento di dati personali nel mantenimento della facile accessibilità e consultabilità di quel servizio giornalistico, quanto meno a decorrere dal ricevimento della diffida trasmessa dagli interessati per la rimozione dalla rete della notizia di cronaca risalente a tempo addietro.

 

Ricordiamo che nel maggio 2014 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha condannato Google Inc. (proprietaria del motore di ricerca Google) a cancellare le indicizzazioni relative ai propri dati personali su richiesta dei cittadini europei interessati, “a meno che non vi siano ragioni particolari, come il ruolo pubblico del soggetto”. Quindi le Sentenze di questo periodo includono, al contrario, anche i personaggi pubblici.

 

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che alcuni utenti hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca come Google di rimuovere risultati relativi a domande che includono il proprio nome. Per potere essere rimossi, i risultati visualizzati devono essere “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, oppure eccessivi”.

 

Un contenuto come un video hard, come nel caso tristemente famoso di Tiziana Cantone, che la medesima aveva inizialmente diffuso anche se su una rete chiusa, privata, come Whatsapp, può trasformarsi in un treno che corre a velocità folle senza un macchinista.

 

Per ora, tuttavia, rimangono attive tutte le criticità presenti prima delle ultime Sentenze sul web. Infatti, se Tizio è indagato per un reato e viene poi assolto, su Google rimarrà sempre le voce “indagato etc”. Oppure, per rimanere in tema con il presente, in questi giorni sono state diffuse le foto in rete di Diletta Leotta nuda e, nonostante la denuncia presentata alla Polizia Postale (che ne ha ordinato la rimozione e l’oscuramento) da parte della conduttrice Sky per violazione della privacy, le immagini sono ancora consultabili sul web. Malgrado Google stesso abbia proceduto all’eliminazione. C’è il rischio concreto, dunque, che la notizia (o l’immagine) non venga deindicizzata totalmente e che, scrivendo “Tizio indagato” continui a comparire la notizia nelle varie voci del motore di ricerca.

 

Fonte: articolo di redazione lentepubblica.it
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