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Una riflessione sui nuovi Moduli Unici Standard

lentepubblica.it • 29 Maggio 2017

moduli unici edilizia attivta economicheNuovi Moduli Unici Standard: una riflessione sulle criticità relative all’avvento della modulistica unica in materia di edilizia e attività economiche.


 

OGGI MI HA SCRITTO IL MINISTRO…

 

Questa mattina, come tutti i Comuni italiani, abbiamo ricevuto una lettera congiunta della Ministra Madia, del Presidente delle Regioni Bonaccini e del Presidente ANCI Decaro. La nota, firmata a mano su cartaceo e scansionata, celebrava l’avvento della modulistica unica in materia di edilizia e attività economiche. Sarebbe stato un bel segnale, al posto della carta, vedere un documento firmato digitalmente, ma evidentemente non abbiamo ancora smesso di predicare in digitale e lavorare in cartaceo.

 

In pratica, i moduli per fare una ristrutturazione o aprire un negozio, non saranno più diversi da un Comune all’altro, ma unici per tutto il territorio nazionale, salva la possibilità di qualche ritocchino da parte delle Regioni. I moduli, obbligatori già dal prossimo luglio, sono stati predisposti in formato .pdf. Detta così, sembra una grande rivoluzione. In realtà, si tratta di un clamoroso passo indietro.

 

Perché un passo indietro? per il semplice motivo che in molte aree del Paese, come in quasi tutta l’Emilia Romagna ad esempio, i moduli per le attività economiche non esistono più dal 2010. Per aprire un’attività non si presenta un modulo, ma si inseriscono le informazioni in una piattaforma digitale. I dati arrivano agli Sportelli Unici che li gestiscono in automatico e la pratica, se tutto va bene, è già finita. Insomma, tutto questo senza bisogno di “vedere” un modulo, ma acquisendo solo i dati che interessano a quel cittadino o impresa. E’ evidente che in questo scenario il concetto di modulo tradizionalmente inteso perde di rilevanza.

 

Dal primo di luglio 2017 questi automatismi sono a rischio, perché è tornata prepotentemente sulle scene la vecchia modulistica. Notiamo anche come, in forma unificata, i moduli di poche pagine siano lievitati fino a diventare dei “mostri” di trenta pagine o giù di lì. E questo perché si è scelta la strada di contestualizzare tutte le informazioni mantenendo l’involucro cartaceo del file .pdf.

 

Forse bastava permettere a chi è già piuttosto avanti nella gestione digitale del procedimento, di poter adeguare i propri sistemi di front-end ai nuovi contenuti con scadenze più ragionevoli. Fortunatamente, la Regione Emilia Romagna si è già mossa per correre ai ripari, ma le altre Regioni? Probabilmente, molte dovranno subire questo ennesimo esempio di semplificazione complicata.

 

È evidente che la riflessione sulle effettive potenzialità del procedimento amministrativo digitale non è arrivata nel modo corretto sui tavoli del Legislatore. A riprova di ciò, l’aver affrontato un problema di gestione per processi applicando la vecchia logica dell’amministrazione per atti. Il risultato? Un super-atto: il modulo unico

 

Più in generale, non ci permettiamo di criticare a spada tratta la Riforma Madia e l’Agenda della Semplificazione. Anzi, è la prima volta che si affronta il nodo riforme della PA con metodo e ascoltando i territori. Si sa però che il diavolo si nasconde nei dettagli, e in particolare è nelle pieghe dell’attuazione che questa grande riforma rischia di fallire.

 

Amministrazione digitale, anticorruzione, trasparenza amministrativa, riforme ambiziose che da diversi anni a questa parte hanno collezionato tanti flop. E per come stanno andando le cose, sembra che la pur valida Riforma Madia rischi di arenarsi sugli scogli della fase applicativa. In un Paese arretrato e sonnacchioso, che tiene a lavorare gli anziani e lascia i giovani a casa, le innovazioni fatte per decreto vanno a finire così.

 

Volete sapere l’ultima telefonata della settimana scorsa? Un geometra che, dopo aver inviato una pratica regolarmente in digitale per il tal Ministero, si lamentava di aver perso una mezza giornata per consegnare anche il cartaceo direttamente al funzionario. Il motivo? Il protocollo di quell’Ente non gira le PEC agli uffici, il pc è lento, lo schermo è troppo piccolo…

Fonte: articolo del dott. Michele Deodati
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