Partite IVA: le numerose falle dell’attuale politica fiscale e previdenziale

lentepubblica.it • 27 Gennaio 2015

Sul Garantista intervento di Mariano Bella e Vincenzo De Luca, rispettivamente direttore dell’Ufficio Studi e responsabile fiscale di Confcommercio. “Occorre un cambio di cultura, altrimenti avremo un Paese di giovani lavoratori poveri che diventeranno ancora più poveri quando saranno anziani”.

Scriveva Keynes: “La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie”. E’ un problema che abbiamo tutti: la tendenza, innata ma da contrastare, a valutare presente e futuro attraverso strumenti superati, spesso inutilizzabili. Bisognerà farsene una ragione: i cambiamenti planetari nella distribuzione della produzione e gli impulsi tecnologici stanno mettendo in discussione, soprattutto in Europa e, in particolare in Italia, il modello della grande industria e del lavoro dipendente. E’ perdente, quindi, l’idea di ridurre la flessibilità del lavoro e di immaginare di applicare ai micro e piccoli imprenditori, categorie e regimi fiscali e organizzativi propri di un lavoro dipendente in declino per come lo abbiamo conosciuto e in rapida migrazione verso punti di approdo che ancora non immaginiamo. Il più nobile degli obiettivi è quello raggiungibile, perchè l’etica dei risultati conta almeno quanto quella dei propositi.

Premessa doverosa per parlare, oggi, di quei lavoratori autonomi che improvvisamente si sono accorti di non essere più “orfani” o “figli di un Dio minore”, repentinamente elevati agli onori della recente cronaca politica con interpellanze, risoluzioni e cinguettii vari: ci riferiamo ai professionisti non regolamentati che, nelle meste cose italiche, dobbiamo definire, i “professionisti della gestione separata Inps”.

Si tratta di un popolo, coraggioso e giovane, di partite Iva, operante prevalentemente nell’ambito del terziario avanzato: grafici, pubblicitari, fotografi, informatici, traduttori, interpreti, consulenti aziendali, organizzatori di eventi e così via. Quelli che, per le trasformazioni sistemiche prima ricordate, lavorano per le organizzazioni (le aziende) senza farne parte stabilmente sotto il profilo giuridico. Sovente, neppure ne vogliono far parte.

Perché solo ora tanta attenzione su queste partite Iva?

Il tutto nasce dalla recente legge di stabilità 2015 che, nell’introdurre il nuovo regime fiscale dei “contribuenti minimi”, ha previsto per questi soggetti una soglia di ricavi massima di 15.000 euro, ben al di sotto dei 30.000 euro prevista dal precedente regime.

Se a ciò si aggiunge che la nuova imposta sostitutiva è pari al 15% in luogo del 5% in vigore fino al 2014, si spiega sia la forte penalizzazione che questi soggetti hanno dal nuovo regime (si fa per dire) agevolato, sia, soprattutto, il boom di nuove aperture di partite Iva avvenuto nello scorso mese di novembre (38.351, causato appunto dalla volontà di usufruire per qualche anno a venire, del vecchio e più conveniente regime).

Alla beffa della concreta possibilità che questi lavoratori autonomi non possano accedere al nuovo regime forfetario, dati i limiti previsti per il fatturato, si somma il danno dell’inasprimento contributivo loro imposto. Infatti, per avere una copertura previdenziale sono obbligati a iscriversi alla gestione separata INPS. Nata nel 1995 con la Riforma Dini, essa doveva servire a dare una pensione a tutti quei lavoratori autonomi non aventi una cassa previdenziale obbligatoria (secondo schemi e valori propri del lavoro dipendente, caratterizzato da stabili incrementi retributivi e continuità di versamenti, sostanziale certezza del mantenimento della base imponibile).

Con la legge Fornero è stata prevista una progressione dell’aliquota contributiva, che dall’attuale 27% raggiungerà il 33% nel 2018, agganciando i parametri dei lavoratori dipendenti.

Complessivamente, si tratta di tributi e contributi insostenibili, specialmente all’inizio di una professione, che si spera possa costituire una carriera per la vita: con un fatturato di 15.000 euro, costi per 1000 euro l’anno e un abbattimento dell’imponibile, secondo i nuovi regimi agevolati, del 22%, il giovane professionista ricaverebbe un reddito netto mensile di poco meno di 700 euro, sostenendo una pressione fiscale del 40,1%!

A lui, macchiato dal peccato originale di essere lavoratore autonomo, e quindi incluso tra i potenziali evasori, non spetterebbero nè speciali detrazioni da lavoro dipendente nè tanto meno i bonus (da 80 euro o di altro importo) che il Governo buono di tanto in tanto dispensa.

La miopia è patologia fastidiosa ma superabile con adeguati accorgimenti: il primo è un cambio di cultura che porti a guardare nella direzione giusta e, poi, di conseguenza, a vedere come i mutamenti avvenuti nell’organizzazione della produzione stiano portando all’emersione di una vasta platea di nuovi lavoratori autonomi e di nuove professioni che non è più residuale nel panorama lavorativo del nostro Paese.

Se su questo fronte non ci doteremo di una politica fiscale e previdenziale lungimirante, adeguata a tutte le varie forme del lavoro, l’Italia proseguirà nel declino. Avremo un Paese di giovani lavoratori poveri che diventeranno ancora più poveri quando saranno anziani.

 

 

 

FONTE: Confcommercio

AUTORI: Mariano Bella e Vincenzo De Luca

 

 

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