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Penitenziari: lettera dell’UILPA al Ministro Orlando sullo stato del disagio nelle carceri

lentepubblica.it • 17 Novembre 2014

Di seguito il testo della lettera che pochi minuti fa il Segretario generale della UILPA Penitenziari , Eugenio Sarno ha inviato al Ministro Orlando sollecitando risposte alle criticità che oberano il personale penitenziario-. In relazione alle polemiche susseguenti al caso Cucchi, Eugenio Sarno propone al Ministro di aprire le carceri all’informazione consentendo riprese della vita quotidiana e delle attività in carcere.

“Egregio Ministro, più volte abbiamo avuto modo di dolerci per il mancato avvio dell’annunciata “fase 2 “, dopo che Ministero della Giustizia , DAP e questa OS hanno sinergicamente operato per consentire al nostro sistema penitenziario di superare, sebbene parzialmente,  l’esame europeo.

Fase 2 , è bene ricordare, che prevedeva la collocazione al centro dell’attività politico-amministrativa  le criticità che oberano il personale penitenziario,  con particolare riferimento alla Polizia Penitenziaria.

Purtroppo, come spesso accade, agli altisonanti proclami non fanno, e non hanno fatto,  seguito atti e fatti concreti. Pertanto, nonostante i meriti che anche Ella non ha mancato mai di sottolineare, le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria continuano a subire gli effetti di gravi sperequazioni rispetto al personale delle altre Forze di Polizia (questione alloggi docet) , dell’atavica incapacità organizzativa del DAP e dell’insensibilità di molti Dirigenti e Comandanti.

Di fatto del riallineamento ordinamentale ed economico dei Funzionari, Ispettori e Sovrintendenti non c’è più alcuna traccia. Così come della modifica normativa per quanto attiene la c.d. “colpa del custode”. Gli organici continuano ad essere depauperati da quiescenze senza il necessario turn-over; nonostante questo si continuano ad aprire nuove carceri e padiglioni determinando un insostenibile sovraccarico lavorativo. L’incolumità del personale è quotidianamente posta a rischio non solo per le continue aggressioni ma anche per dover affrontare il servizio delle traduzioni con l’utilizzo di automezzi obsoleti e , molto spesso, sinanco privi dei requisiti di circolazione.

Si continua ad operare “a vista” , considerato che l’innovativo ( e da noi apprezzato e sostenuto) sistema della “sorveglianza dinamica” è praticamente archiviato non essendo intervenute quelle modifiche regolamentari, organizzative e tecnologiche necessario a supportarlo.

Con la creatività propria del mondo carcerario, per gestire le tensioni e le pulsioni,  si è dovuti ricorrere al regime aperto che consiste nel semplice allungamento dell’orario di permanenza al di fuori delle camere di detenzione senza, però, implementare le attività lavorative, scolastiche o ludiche. Il personale di sorveglianza , dunque, costretto a permanere nelle sezioni privo di qualsiasi strumento di difesa e alla mercè della violenza, che spesso scaturisce dall’ozio forzato e da promiscuità che potrebbero ben altrimenti essere gestite.

Non bastasse tutto ciò nelle ultime settimane la Polizia Penitenziaria ha subito un attacco mediatico senza precedenti. Dobbiamo prendere atto, nostro malgrado,  che l’Italia è il Paese in cui le sentenze più che essere rispettate sono al vaglio del gradimento di una parte, più o meno cospicua dell’informazione e della c.d. società civile, dal quale si traggono giudizi. Il riferimento, ci pare chiaro, è alla seconda sentenza di assoluzione degli agenti penitenziari coinvolti nel caso Cucchi e alle polemiche che ne sono derivate.

E’ bene rimarcare che  quella morte, come tutte le altre, segna una profonda ferita nell’animo di ogni operatore penitenziario. Quasi sempre quelle morti le giudichiamo nostre sconfitte. Il rispetto dovuto a tali tragedie, però, non può autorizzare nessuno a dubitare della legittimità di sentenze assolutorie pronunciate in nome del Popolo Italiano da ben due collegi giudicanti.

Abbiamo,quindi, molto apprezzato la presa di posizione dell’ Amministrazione Penitenziaria sulla questione che , riteniamo, rispecchia anche il pensiero del Ministro della Giustizia.

Purtroppo il triste e preoccupante fenomeno dei suicidi tra le fila dei baschi azzurri è uno dei due indicatori numerici in controtendenza con la deflazione degli eventi critici che si registrano all’interno dei nostri istituti penitenziari. Mentre calano i suicidi in cella (anche perché in 10 anni la polizia penitenziaria ha salvato in extremis circa 6000 detenuti da propositi suicidi) e diminuiscono gli atti di autolesionismo e i tentati suicidi tra i detenuti, il numero di suicidi di poliziotti penitenziari resta preoccupatamente alto (120 negli ultimi dieci anni) ed aumentano gli episodi di aggressione in danno del personale impiegato  nella vigilanza ai detenuti e agli internati ( dal 1 gennaio 2014 ad oggi 325 aggressioni con un totale di oltre 400 agenti feriti, 142 dei quali hanno riportato prognosi superiori ai 7 giorni).

Gli operatori delle frontiere penitenziarie (quelli che più volte sono indicati come “gli angeli in blu”) sono allo stremo. E purtroppo riteniamo abbiano sufficienti ragioni per essere sfiduciati, arrabbiati e demotivati anche se continuano ad assicurare il proprio impegno per evitare l’implosione totale del sistema.

Sciaguratamente pare che tutto ciò di critico capiti negli istituti penitenziari sia dovuto a colpe della  polizia penitenziaria e basta davvero un nonnulla per finire davanti ad un Tribunale con accuse infamanti (e titoloni in prima pagina). Nella migliore delle ipotesi passiamo per aguzzini e torturatori, subendo surreali processi sommari; il più delle volte nell’assoluto silenzio dei vertici politici e amministrativi.

Non cadremo nella tentazione di fare retorica sulla povertà dei nostri stipendi e le carriere bloccate o alle pensioni inadeguate; ci si consenta, però,  di sottolineare i sacrifici, le ansie e gli stenti che profondiamo ogni giorno  in quelle città fantasma che sono le nostre prigioni. Noi siamo consapevoli di essere gli ultimi baluardi a difesa della dignità umana nelle estreme frontiere della civiltà negata. Ed è per questo che vogliamo e pretendiamo rispetto !!

La società ci affida l’ingrato compito di operare nelle “discariche sociali” ma non ammette che il “pattume” si veda. Quando ciò accade ci definiscono incapaci  e buoni a nulla, se non violenti e corrotti. Quando non accade veniamo sommersi  da sospetti di utilizzare mezzi illeciti e violenti.

Non possiamo non ripetere che noi siamo i primi a cercare e pretendere che chi devia dai compiti istituzionali sia perseguito, isolato ed espulso. Noi non abbiamo nulla da nascondere, tantomeno nulla da cui nasconderci.

Chi abusa delle proprie funzioni  deve rispondere di fronte alla legge. Ma è anche giusto pretendere che le sentenze vengano rispettate.  Sempre. Chiunque sia il condannato o l’assolto.

Da vent’anni ci battiamo perché si garantisca l’informazione penitenziaria, tanto da aver coniato all’alba della nostra esperienza sindacale (1991) lo slogan “ Per abbattere le mura dei misteri occorre abbattere i misteri di quelle mura “.

Da circa due anni , grazie alla lungimiranza del DAP, abbiamo potuto concretare quell’obiettivo attraverso l’iniziativa  Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori”. Riteniamo di aver favorito l’informazione trasparente ed obiettiva,  scevra da commenti ma affidata alla sola forza dei documenti fotografici che produciamo.

Ma da sola questa iniziativa, evidentemente,  non basta a garantire informazione e trasparenza su quanto accade realmente negli istituti penitenziari.

Occorre altro . Molto altro.

Conoscendo la Sua sensibilità, il nostro auspicio è quello che voglia contribuire concretamente a segnare una svolta : trasformando il carcere in una casa di vetro“.

Si aprano quindi le porte agli organi di stampa; si consenta all’informazione, nel rispetto della privacy, di accedere ai luoghi detentivi e seguire l’attività quotidiana del carcere e di chi vi opera. Avremmo modo, forse, di far comprendere a gran parte dell’opinione pubblica  che nei nostri penitenziari non si perpetrano abusi e angherie; in tal modo sarà, forse, possibile far emergere quel mondo di umanità, ascolto, professionalità e tolleranza che è la realtà ordinaria che caratterizza l’impegno della disarmata Polizia Penitenziaria all’interno delle sezioni .

Anche per questo riteniamo che sia giunto il momento di installare all’interno di tutte le sezioni detentive un sistema di video sorveglianza che possa riprendere ogni momento e, all’occorrenza, rendere note le immagini degli eventi critici e di come vengono gestiti dalla Polizia Penitenziaria.

Noi abbiamo un interesse supremo ed assoluto a fugare dubbi e incertezze in favore della verità vera,  non di quella supposta o raccontata.

Nell’attesa di cortese urgente riscontro, molti cordiali  saluti”.

 

 

FONTE: AgenParl – Agenzia Parlamentare per l’Informazione Politica ed Economica

AUTORE: Stefano Fani

 

 

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