«Se salta l’Italicum c’è solo il voto»

lentepubblica.it • 27 Gennaio 2014

Intervista a Gaetano Quagliaello, Ministro per le Riforme Costituzionali

«Sganciare le riforme dall’attività di governo può dare equilibrio».

«Matteo, giochiamo a carte scoperte. L’accelerazione sulle riforme ha contribuito a rimuovere un blocco, ma il prezzo non può essere impantanare il governo». Una pausa leggera precede il secondo messaggio: «Le ambizioni di Renzi sono anche legittime, ma ora bisogna fare in fretta perché abbiamo tutti il dovere di far voltare pagina al Paese». Gaetano Quagliariello si rivolge al segretario del Pd mentre riflette a voce bassa su due priorità che «reclamano risposte immediate». Su due obiettivi che devono correre paralleli: «Riforme e programma 2014», ripete il ministro. Non è un momento facile. Le tensioni sono alte e Renzi e Letta faticano a trovare quella sintonia oggi vitale. Sfidiamo allora Quagliariello: se in Parlamento affondano l’Italicum ci sono alternative a elezioni anticipate con il proporzionale? «Su questo la penso esattamente come Renzi: se salta la legge si va al voto. Ritenevo questa prospettiva un disastro per l’Italia e continuo a ritenerlo, anche perché il proporzionale puro non farebbe altro che peggiorare le cose trasformando le larghe intese in intese larghissime».

Quali sarebbero le conseguenze per i partiti?

“Devastanti per i partiti e soprattutto devastanti per l’Italia”.

Se la legge elettorale dovesse restare così com’è, porrete voi di Ncd la questione di legittimità costituzionale?

“Noi vogliamo fare la legge, non farla saltare. La questione di costituzionalità non la porremo noi, ma dopo quanto accaduto col Porcellum è un tema che si impone da sé. Proprio per questo lavoriamo per rafforzare l’impianto individuato, che è quello da noi scelto perché favorisce la chiarezza del risultato e il bipolarismo”.

Quali alternative al premio di maggioranza, alle liste bloccate e alle “soglie alte” potrebbero comunque preservare il patto con Berlusconi?

“Il nostro problema non è abbassare le soglie di ingresso, ma far sì che la disproporzionalità sia compatibile con le indicazioni della Consulta e consentire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Non perché le preferenze siano la panacea di tutti i mali o la cosa migliore del mondo, ma perché in questa contingenza sono l’unico strumento per superare il Parlamento dei nominati”.

Letta in queste settimane, secondo lei, ha rinunciato a una funzione di mediazione nella maggioranza?

“In queste settimane il quadro politico è stato indebolito da diversi eventi. Per non mandarlo in frantumi bisognava essere molto prudenti. A volte si può mediare anche con il silenzio. Questa non può diventare una regola per sempre”.

Per Ncd, a questo punto, non sarebbe più lineare avere come unico interlocutore Renzi anche per quanto riguarda il governo? Insomma, non potrebbe essere Renzi il premier con cui cambiare il Paese?

“In tre milioni hanno eletto Renzi segretario del Pd. È legittimo che ambisca alla premiership. Ha tre strade per puntare all’obiettivo: aprendo nel suo partito il tema di una successione immediata; portando l’Italia subito al voto; oppure, tenuto conto delle condizioni del Paese, può chiudere questa fase di transizione con le riforme e poi passare per le elezioni vere. In tal caso, dovrà attendere almeno fino a metà del 2015. E dovrà avere uno spazio d’azione, non acritico ma nemmeno assoluto. Mi spiego: Renzi non può pretendere di fare il dettato come alle scuole elementari e deve rendersi conto che il ‘prendere o lasciare’ si addice al ‘gioco dei pacchi’ ma non alla politica. Dovrà giocare a campo aperto, sapendo che in Parlamento ogni partito ha le sue idee”.

Lei è nel mirino del segretario Pd che la accusa di aver perso tempo sulle riforme…

“In questi nove mesi abbiamo lavorato molto nelle condizioni date, e se oggi si può parlare di riforme è perché Ncd ha impedito una crisi di sistema. Stiamo abolendo il finanziamento pubblico ai partiti e le province. Nella commissione degli esperti per la prima volta scuole costituzionalistiche opposte si sono riconosciute e hanno trovato soluzioni comuni. Detto questo, quella commissione era nata per non perdere tempo nell’attesa della definizione di un procedimento più rapido per le riforme e di un assestamento nel centrosinistra dopo il trauma post-elettorale. Tutto il lavoro di accelerazione dell’iter, com’è noto, è andato in fumo per la defezione di Forza Italia che si è tirata indietro. Poi è arrivata la fase congressuale del Pd. In quel periodo il governo aveva già preparato la riforma del bicameralismo, del Titolo V, l’abolizione del Cnel e il completamento dell’articolo 81 della Costituzione. Abbiamo rallentato per la richiesta di Letta di attendere che Renzi fosse eletto. Richiesta legittima, purché la cortese attesa ora non venga usata per lanciare accuse di immobilismo”.

Ritiene ancora necessario che ci sia il suo dicastero?

“Credo che il nuovo quadro determinatosi tanto nel centrosinistra con la segreteria di Renzi quanto nel centrodestra con la nascita di Ncd, potrà trovare più facilmente un equilibrio se le riforme alle quali tutti puntiamo si sgancino dall’attività del governo e diventino patrimonio di una leale quanto competitiva iniziativa politica in Parlamento. Si tratta di una mia idea personale, perché ritengo che fare le riforme sia più importante di rivendicarne il merito. Ne parlerò nei prossimi giorni con il premier e con il vicepremier”.

Sul Senato lei e Renzi avete visioni opposte: lui non vuole più eletti, lei ritiene che almeno 100 debbano essere eletti contestualmente ai consigli regionali. Non ci sono vie di mezzo?

“Le nostre opinioni non sono opposte: entrambi riteniamo che il Senato non debba dare la fiducia al governo e che debba diventare quella camera dei territori la cui assenza ha molto complicato il Titolo V. Io credo che questa funzione sia troppo importante per relegarla a una sorta di ‘dopo-lavoro’. Meglio la regola ‘un sedere una sedia’: a parità di sederi e di sedie fra le due proposte, riduciamo i consiglieri regionali e distinguiamo i ruoli. Altrimenti, e lo dico senza polemica, senza volerlo ci si potrebbe ritrovare a fare il sindaco di Firenze, il presidente della città metropolitana, il segretario del Pd e il senatore. Neanche Goldrake potrebbe fare bene tutto”.

Considerando le alte soglie dell’Italicum, non ritiene che Ncd abbia bisogno di un segretario a tempo pieno? Chi potrebbe essere?

“In questi mesi abbiamo dovuto presidiare molte trincee: la nascita di un partito è tanto avvincente e creativa quanto complicata. Ora passeremo a una più compiuta ripartizione dei ruoli e certamente dobbiamo rafforzare il partito. Troveremo insieme, in amicizia, la soluzione più utile”.

Ha mai pensato che aver abbandonato Berlusconi sia stato un “sacrificio inutile”?

“La nascita di Ncd è stata la prima riforma istituzionale. Creare un centrodestra nuovo, ritrovare la passione politica, costruire un progetto che non si esaurisca in un’esperienza eroica personale ma possa proiettarsi nel tempo è la premessa per costruire un sistema politico che possa funzionare. Se tutto sarà condizionato dalla contingenza, anche la migliore delle riforme non funzionerà. Bisogna saper guardare lontano, essere un po’ presbiti e non miopi come hanno dimostrato di essere i nostri ex compagni di partito”.

Con il ritorno in scena di Berlusconi è sempre più probabile che sarà lui a designare il candidato premier del centrodestra: voi andrete in coalizione con Forza Italia anche se il Cavaliere designerà leader Marina o un suo fedelissimo, senza passare dalle primarie?

“Noi vogliamo che il candidato del centrodestra sia scelto con le primarie. E se andremo in coalizione con Forza Italia sarà per scelta e non per necessità. Per questo siamo impegnati a conquistare la forza per poter fare anche scelte alternative”.

FONTE: Ministero per le Riforme Costituzionali

AUTORI: Arturo Celletti e Marco Iasevolli (Quotidiano Avvenire)

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