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Sale il cuneo fiscale: occorrono nuove politiche per crescita economica

lentepubblica.it • 15 Aprile 2015

cuneo, fiscaleTorna a salire in Italia il cuneo fiscale, sia per i single che per le famiglie. Secondo i dati del rapporto ‘Taxing wages’ dell’Ocse nel 2014 il peso della tassazione su una famiglia monoreddito con due figli é stato del 39%, 0,5 punti percentuali in più del 2013, e il quarto più elevato tra i Paesi dell organizzazione. Per i single, il cuneo é aumentato di 0,37 punti al 48,2%, collocando l’Italia al sesto posto per pressione fiscale tra i Paesi Ocse.

 

Per questo, secondo il Responsabile Settore Fiscalità d’Impresa di Confcommercio, Vincenzo De Luca, “il nostro Paese ha bisogno di un sistema tributario semplice e neutrale, capace di assicurare stabilità e certezza; di un mercato non distorto dall’evasione fiscale”.

 

Il Fisco può giocare un ruolo centrale nella ripresa dell’economia: il nostro Paese ha bisogno di un sistema tributario semplice e neutrale, capace di assicurare stabilità e certezza; di un mercato non distorto dall’evasione fiscale. Un sistema così concepito avrebbe un forte impatto positivo sulla crescita economica. Solo un radicale ripensamento del sistema fiscale può riportare l’Italia su un sentiero di sviluppo e di competitività. E lo stato attuale della situazione economica del nostro Paese non consente di porre rimedio alla crisi del sistema fiscale con provvedimenti legislativi temporanei e di tipo congiunturale.

 

Il sistema fiscale va, quindi, ripensato e con esso il ruolo di uno Stato impositore che punti ad una maggiore giustizia distributiva e ad un più equo riparto della ricchezza. Ad oltre quarant’anni dall’ultima vera riforma fiscale generale – ricordo, infatti, che l’attuale impianto impositivo del nostro Paese è stato disegnato negli anni ’60; messo in legge negli anni ’70 e, poi, continuamente “rattoppato” – è giunto il momento di pensare alla costruzione di un nuovo sistema tributario che distribuisca meglio le basi imponibili secondo un concetto più moderno ed allargato di capacità contributiva e, nel contempo, restituisca una progressività più equa e sostanziale.

 

Ad esempio, l’impianto dell’Irpef oggi vigente in Italia è fuori da ogni schema razionale, limitato, praticamente, ai soli redditi di lavoro e d’impresa. Non è in grado, pertanto, di svolgere la funzione essenziale che la progressività deve avere in un sistema tributario: quella di ridurre le disuguaglianze. Per ottenere questo risultato – fondamentale dal punto di vista etico e sociale, ma essenziale anche per il buon andamento dell’economia del Paese – occorre ripensare i principi del nostro sistema impositivo. Per costruire le basi di un nuovo sistema tributario, bisogna partire dall’analisi delle ragioni che hanno reso quello attuale un sistema in cui, ad un’alta pressione fiscale, si associa un’eccessiva burocrazia ed un’incertezza delle norme.

 

In queste condizioni, uno Stato che voglia intervenire davvero contro le disuguaglianze deve ripensare gli oggetti del suo intervento. L’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di evitare ulteriori riduzioni del reddito disponibile delle famiglie e, in particolare, del reddito di quel ceto medio in cui si riconoscono i consumatori e dal cui rafforzamento dovrebbe anche dipendere una ripresa della crescita economica del Paese. Sono le persone e le famiglie, oltre alle imprese, i soggetti maggiormente presi nella morsa della crisi economica. Occorre, in sintesi, rivedere l’intero impianto dell’Irpef riducendo non solo le aliquote ma anche mettendo mano agli scaglioni ed alle detrazioni. Non sono, infatti, più giustificabili disparità di trattamento dovute all’attuale sistema di detrazioni per cui oggi si è considerati “incapienti” se il reddito di lavoro dipendente non è superiore ad 8.000 euro; se, invece, si ha un reddito di lavoro autonomo o di piccolo imprenditore, si è considerati “incapienti” se il reddito non è superiore a 4.800 euro.

 

Un sistema fiscale davvero equo determina una soglia di povertà uguale per tutti, qualunque sia la categoria reddituale. Inoltre, in un contesto caratterizzato da un’alta pressione fiscale, il peso della tassazione in Italia condiziona l’assetto competitivo delle imprese. Basti pensare che dall’ultimo rapporto della Banca Mondiale (il “Doing Business 2015”) il “Total Tax Rate” dell’Italia – ossia il rapporto tra la somma di tutte le imposte e tasse pagate da un’impresa ed i profitti conseguiti – è, oggi, pari al 65,4%: come dire che nel nostro Paese su 1.000 euro di profitti un’impresa paga, complessivamente, 654 euro di tasse. Già questo di per sé è un dato preoccupante, ma ciò che è ancor più allarmante è il gap che ci divide dai nostri competitor europei: basti pensare ai circa 40 punti che ci dividono dall’Irlanda (25,9%) e dalla Danimarca (26%); agli oltre 31 punti rispetto al Regno Unito (33,7%); agli oltre 16 punti che ci separano dalla Germania (48,8%), per finire agli oltre 7 punti rispetto al Belgio (57,8%) ed alla Spagna (58,2%). Se, poi, confrontiamo il nostro “Total Tax Rate” con un Paese extra-UE, quale gli Stati Uniti, il divario è di circa 22 punti percentuali (43,8%). E’ evidente che operare in un tale contesto costituisce, senza ombra di dubbio, un forte vincolo per le imprese italiane che competono sui mercati internazionali.

 

Occorre, quindi, ridurre drasticamente il gap competitivo del nostro Paese rispetto ai principali Paesi dell’Unione Europea e del resto del mondo dovuto all’eccessivo carico fiscale sulle imprese. Ed ancora, attraverso una seria politica di revisione e contenimento della spesa pubblica, occorre scongiurare l’attivazione della “clausola di salvaguardia” che, qualora scattasse, porterebbe le aliquote dell’Iva a livelli da record europeo. Se ciò avvenisse, nel 2018, l’Italia sarebbe il secondo Paese membro dell’Unione Europea per l’aliquota Iva ordinaria più alta, superati dalla sola Ungheria. Ma l’aspetto più preoccupante è che – nell’attuale contesto economico – un ulteriore innalzamento della tassazione sui consumi, e in particolare dell’Iva, avrebbe effetti catastrofici sui consumi delle famiglie e penalizzerebbe i livelli di reddito medio-bassi. Spero, quindi, che il Governo tenga fede all’impegno assunto nel recente “Documento di Economia e Finanza 2015” di non attivare la “clausola di salvaguardia” per il 2016.

 

“Last but not least”, bisogna porre fine a quel “circolo vizioso” che porta al continuo e sproporzionato incremento della fiscalità locale: lo Stato taglia i trasferimenti agli enti locali ma non riduce le imposte di propria competenza; Comuni e Regioni – per sopperire ai tagli dei trasferimenti – aumentano i propri tributi, spesso anche in misura superiore a quanto effettivamente occorra. E’ necessario, pertanto, attivare forme di coordinamento fra prelievo centrale e prelievo locale.

 

Infine, bisogna riordinare, semplificare e ridurre la tassazione locale introducendo, finalmente, un’unica vera imposta comunale sugli immobili (“local tax”) che includa tutti gli attuali tributi locali che gravano sugli stessi. Se il Governo, nel corso della legislatura, sarà in grado di attuare tutti questi punti avremo un Fisco più equo e davvero “amico della crescita”.

 

Altro dato importante, in conclusione, è quello relativo alla conferma di una crescita dei prezzi, seconda variazione congiunturale positiva dopo un lungo periodo caratterizzato da segni alterni, pur lasciando il nostro paese ancora in deflazione sembra scongiurare il rischio di un lungo periodo di riduzione dei prezzi.

 

Infatti, l’inflazione acquisita, che a gennaio era pari a -0,6%, si va lentamente riportando vicino allo zero e per molte voci si registra un’attenuazione della tendenza deflazionistica. E’ prevedibile che nei prossimi mesi l’indice generale dei prezzi mostri variazioni abbastanza contenute che dovrebbero comportare l’uscita dalla deflazione all’inizio dell’estate. Questo il commento dell’Ufficio Studi Confcommercio alle rilevazioni sui prezzi diffuse oggi dall’Istat.

Fonte: Confcommercio
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