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Ecologia e comunità

lentepubblica.it • 11 Febbraio 2014

Il patto di stabilità interno, applicato al comparto degli Enti locali fin dal 1999 è una regola che obbliga Comuni e Province a rispettare determinati obiettivi per consentire allo Stato di garantire i vincoli europei in tema di deficit e indebitamento (indebitamento netto della pubblica amministrazione/Pil inferiore al 3%; debito pubblico inferiore al 60% del Pil). In particolare, dopo la crisi valutaria del 1992-93 e dei mercati finanziari a partire dal 2007, la politica economica europea propone: a) stabilizzazione dei conti pubblici; b) abbattimento del debito; c) liberalizzazioni; d) privatizzazioni di banche e grandi imprese. Pertanto, la libera concorrenza diviene la stella polare del progetto di riforma dell’economia e della società. Sul piano del consolidamento dei conti pubblici viene posto sotto accusa il welfare facendo appello alla cosiddetta austerità espansiva: diseguaglianza crescente, stagnazione della produzione e della crescita, precarietà nel mondo del lavoro, erosione dei diritti sociali e politici.

A questo punto non può e non deve sfuggire la contraddizione, peraltro in netta violazione del diritto comunitario, tra il limite della spesa pubblica al di sotto del 3% e il pareggio di bilancio previsto dal fiscal compact. Infatti, sul piano formale il Trattato costituzionale europeo è stato palesemente violato. In Italia è stato addirittura modificato con la maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento l’art. 81 della Costituzione attraverso la Legge costituzionale 1/2012, che introduce il pareggio di bilancio imposto dall’art. 3 del Trattato “Fiscal Compact” (approvato il 2 marzo 2012). Non solo, con la Legge 114/2012 è stato ratificato l’intero Trattato, che, oltre al vincolo o all’avanzo di bilancio, prevede l’obbligo per gli Stati membri di pagare nei prossimi venti anni il debito eccedente il 60% del Pil nella misura di un ventesimo l’anno. Per l’Italia significa trovare per ogni annualità risorse pari a 40 miliardi.

Perché il fiscal compact è illegittimo? Dal Trattato di Maastricht del 1992 a quello di Lisbona del 2007 il limite di indebitamento del 3% in rapporto al Pil non è mai stato abrogato. Inoltre, la procedura di revisione del Trattato dell’Unione europea richiede la ratifica da parte di tutti gli Stati membri e, nello specifico, il fiscal compact, dovendo essere compatibile con i trattati europei e con il diritto comunitario (cfr: art. 2, n. 2), non può esserlo con l’art. 126 del Trattato di Lisbona che prevede, anzi conferma il limite del 3%. Limite tuttora in vigore, nonostante il pareggio di bilancio.

Questi sono i nodi della finanza pubblica. In un simile contesto politico, economico e finanziario, la Cassa depositi e prestiti si ritrova ad essere uno straordinario ed efficace strumento per rendere concrete scelte che risultano in netto contrasto tanto con la sua funzione originaria quanto con i principi espressi dalla nostra Costituzione repubblicana e con gli obiettivi previsti dai Trattati istitutivi dell’Unione e della Comunità europea: progresso economico e sociale, elevati livelli di occupazione, tutela ambientale, sviluppo sostenibile, coesione sociale e territoriale, garanzia dei diritti civili, sociali e del lavoro, rafforzamento del welfare e diminuzione se non eliminazione delle diseguaglianze.

Nell’ambito degli investimenti per infrastrutture, opere e servizi pubblici è davvero così strano per gli Enti locali poter contare su una banca pubblica? E ancora, è auspicabile un nuovo interventismo pubblico, non solo statale, nell’economia? Queste sono soltanto alcune delle domande alle quali gli Enti locali e l’Associazione dei Comuni virtuosi intendono dare risposta. Come sempre lo faranno con proposte concrete e attraverso numerosi esempi di buona amministrazione. Proprio con questo spirito e con la volontà di esercitare il cambiamento dal basso occorre porre al centro del dibattito politico ed economico nazionale le dirimenti questioni della spesa pubblica, del patto di stabilità e della socializzazione, e non della pura e semplice nazionalizzazione, della Cassa depositi e prestiti.

Quella che un tempo era conosciuta come “banca dello Stato” o “banca degli Enti locali”, nasce con il precipuo compito di raccogliere il risparmio postale dei cittadini, e di tutelarlo attraverso un basso tasso di interesse garantito dallo Stato, per finanziare a tassi calmierati gli investimenti degli Enti pubblici, in particolare, locali. Prima della sua trasformazione da ente di diritto pubblico in società per azioni, avvenuta nel 2003, aveva una duplice funzione: pubblica e sociale. In ottemperanza all’art. 47 della Carta costituzionale, che incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme e ne promuove la destinazione ai fini dell’interesse generale, la Cassa depositi e prestiti, infatti, era rimasta fuori da qualsiasi logica di mercato, in netta contrapposizione alla speculazione finanziaria. Con il passaggio alla società di diritto privato e con l’ingresso delle fondazioni bancarie nel capitale sociale, l’istituto statale di credito perde la sua funzione pubblicistica provvedendo soprattutto a generare dividendi da destinare agli azionisti, il ministero del tesoro e, per l’appunto, le fondazioni bancarie, attraverso sostegni agli interessi privati. Tra questi, grandi opere autostradali, interventi nelle partecipazioni azionarie di società, progetti di social housing, joint-venture con il fondo sovrano del Qatar, interventi a favore delle piccole e medie imprese.

Nonostante tutte queste operazioni, che, oltre a rasentare una pericolosa commistione tra pubblico e privato, aprono nel frattempo la strada alla sua trasformazione in una vera e propria merchant bank a sostegno del capitalismo finanziario, la Cassa ha continuato a finanziare gli investimenti degli Enti locali. Solo che lo ha fatto a tassi di mercato, al pari di qualsiasi altra banca. Questo ha consentito agli istituti di credito di entrare nel mondo, inaccessibile fino a pochi anni prima, della pubblica amministrazione.

Ora, considerata l’attuale fase di profonda crisi in cui versa la finanza locale, i Comuni si trovano o potrebbero verosimilmente trovarsi costretti a mettere in gioco le risorse di cui dispongono: territorio, patrimonio pubblico, servizi pubblici locali, economia territoriale. La Cassa depositi e prestiti, in virtù di scelte di politica economica e finanziaria di matrice liberista, propone agli Enti locali attraverso il Fondo di valorizzazione degli immobili, il Fondo strategico italiano e il Fondo investimenti per le infrastrutture la dismissione del patrimonio pubblico, la (s)vendita delle terre demaniali, di essere collaborativi nella realizzazione di grandi infrastrutture sui propri territori e la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali con rilevanza economica. Servizi da affidare poi in gestione a multiutility appositamente create tramite fusioni societarie.

Immaginare e rivendicare pertanto una Cassa depositi e prestiti diversa è possibile, anzi auspicabile. In particolare, i Comuni, sempre attraverso la stretta collaborazione con associazioni, comitati territoriali, militanti dei beni comuni e portatori di interessi collettivi, potrebbero fare molto. Ad esempio, approvare come primo atto della loro azione politico amministrativa una deliberazione consiliare sui temi della gestione pubblica dell’acqua, dei beni comuni, del patto di stabilità e della Cassa depositi e prestiti. Gli Enti locali ovvero le istituzioni democratiche più vicine al cittadino si trovano per loro stessa natura, formale e sostanziale, nelle condizioni di esercitare il diritto, anche se sarebbe più opportuno usare l’espressione “avere il diritto dovere”, di avanzare al presidente del Consiglio dei ministri, al governo e al parlamento proposte finalizzate al rispetto della volontà popolare in tema di acqua e servizi pubblici locali e alla (ri)trasformazione in ente di diritto pubblico della Cassa depositi e prestiti con il conseguente ripristino della sua originale funzione sociale: finanziare a tassi agevolati gli investimenti pubblici.

Investimenti utili e necessari per lanciare un nuovo modello di economia sociale territoriale, in altri termini, comunitario. Dunque, non più grandi opere, ma “piccole grandi” opere da fare subito, di cui le comunità necessitano: manutenzione e tutela idrogeologica del territorio, messa in sicurezza del patrimonio pubblico e degli edifici scolastici, realizzazione di opere pubbliche finalizzate all’espansione dei servizi offerti ai cittadini, garantire il diritto all’abitare, attraverso progetti sia di manutenzione straordinaria del patrimonio abitativo pubblico esistente, sia di recupero e riutilizzo in funzione abitativa popolare di edifici dimessi o abbandonati. E ancora, finanziare tramite la Cassa e altre forme di finanza pubblica il rafforzamento del welfare. Come? Consentendo e garantendo la riappropriazione sociale dei beni comuni e la municipalizzazione dei servizi pubblici e non, come avviene oggi, il suo contrario, la privatizzazione. Inoltre, gli investimenti pubblici dovrebbero sostenere anche il Terzo settore ovvero il privato sociale, l’impresa e il mondo della produzione locale.

A tale proposito, i Comuni virtuosi sono soliti trattare il tema della riconversione ecologica della produzione e dell’economia di un territorio. Riconversione che andrebbe a garantire buona occupazione. Non solo. Andrebbe finalmente a crearne di nuova. Per fare questo occorrono investimenti. Infatti, solo per fare un esempio, servono investimenti nell’ambito della gestione dei rifiuti solidi urbani per creare una seria e capillare industria del riciclo, del recupero e del riuso dei materiali. Per non parlare poi dei processi di riconversione energetica degli edifici e degli impianti, finalizzati al risparmio energetico e alla diffusione dell’autoproduzione di energia pulita e rinnovabile, e della promozione di un nuovo modello per la mobilità sostenibile: trasporto pubblico integrato, car sharing, bike sharing, car pooling, piedibus, scelta di carburanti alternativi al petrolio e meno inquinanti, sempre nel rispetto delle produzioni agricole locali.

Bisogna allora che dalle comunità parta una seria proposta di finanza pubblica e sociale, non disgiunta da una forte critica ai processi di privatizzazione in corso nei servizi pubblici. I Comuni, i luoghi della democrazia di prossimità, chiederanno e ribadiranno, nel pieno rispetto delle leggi e della Costituzione, e sulla linea dell’obbedienza civile, l’applicazione dell’esito referendario sulla gestione pubblica dell’acqua, di rivedere ­il patto di stabilità e, in particolare, di trasformare la Cassa depositi e prestiti in un soggetto di diritto pubblico per sostenere gli Enti locali nei loro investimenti.

FONTE: Associazione dei Comuni virtuosi

AUTORE: Livio Martini – Vicesindaco di Corchiano (VT) e membro del Direttivo nazionale dei Comuni Virtuosi

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