L’Italia fanalino di coda per investimenti nell’ICT

lentepubblica.it • 5 Gennaio 2015

Italia fanalino di coda dei dei Paesi industrializzati per quanto riguarda gli investimenti in nuove tecnologie. La fotografia la scatta la Survey Cio 2014 della Digital Innovation Academy: nel 2014 le risorse destinate all’Ict erano pari al 2,1% del fatturato delle imprese e il 2015 si prevede ancora una situazione di “stagnazione”, con budget che, dopo le riduzioni già registrate negli ultimi anni, è stimato dai cio ancora in calo mediamente del -2,08% rispetto al 2014. In questo quadro si conferma la propensione all’outsourcing, con la riduzione dei contratti Time and Material e un progressivo spostamento verso il modello Cloud “as a service”.

Stupisce come, a fronte di questi dati, il 37% dei cio ritenga il suo budget Ict sufficiente rispetto alle esigenze di innovazione di business, sintomo di rassegnazione o di una diffusa mancanza di visione dell’urgenza e delle opportunità dell’Innovazione digitale.  Nel dettaglio, il 21% lo ritiene inadeguato perché ha dovuto tagliare alcuni progetti o servizi nonostante l’interesse per il Business, il 12% è riuscito comunque a coprire le richieste attraverso azioni di efficienza interna (autofinanziamento) e il 21% ha un budget che copre le richieste esplicite delle Linee di Business, ma non adatto a far fronte alle vere esigenze di innovazione. Per il 9% dei cio invece il budget è adeguato perché le richieste del Business sono di continuità e non guardano alle reali esigenze ed opportunità di innovazione digitale. Ma per il 37% dei cio il budget Ict risponde anche alle esigenze di innovazione digitale del Business.

Tra le priorità di investimento per il prossimo anno in vetta, ancora una volta, la Business intelligence (56% delle preferenze), seguita dalla Dematerializzazione (53%) – in crescita di popolarità grazie alla spinta della fatturazione elettronica –, dallo sviluppo dei sistemi Erp (48%) e dalla introduzione di applicazioni e device mobili (40%).

Entrando nel dettaglio della ricerca, il budget Ict 2014, nella media delle imprese italiane, è pari solo al 2,1% del fatturato atteso nell’esercizio in corso, un dato ancora lontano dalle medie europee e mondiali, e di riduzione rispetto al 2013, in cui la media era pari a 2,5%. Ci sono però alcuni picchi positivi nel settore dei Media-Telco (3,9%) e Finance (3,5%), mentre si distingue in negativo l’Industria con appena l’1,4% (Sevizi 2,8%, Utility&Energy 1,5%, PA-Sanità 2,8%). Nel 2015 si registra un’ulteriore discesa del budget Ict, in cui le Direzioni non riescono ad uscire dall’immobilismo di questi anni. Nessun settore appare al riparo. Sono le grandi imprese responsabili di tale trend con un calo per il 2015 del 2,2%.

Sebbene aumenti la propensione all’outsourcing delle imprese italiane, che sale in quarta posizione tra le sfide organizzative (scelta nel 33% dei casi), tale tendenza non si traduce in aumento della spesa in esternalizzazione che si mantiene stabile. Il 44% della spesa in servizi Ict esternalizzati è associata a contratti “chiavi in mano”, il 31% a contratti “time & material” e il 25% a contratti “as a service”. Ma quest’ultima tipologia mostra il principale trend di crescita, evidenziando un aumento nel 35% dei casi per il 2015.

La principale sfida per l’innovazione organizzativa per l’Ict anche nel 2015 rimane lo sviluppo di ruoli e competenze per la Gestione dell’Innovazione digitale, evidenziata dal 52% dei cio. Seguono ruoli e competenze per il Demand management (36%), poi ruoli e competenze per il Mobile, sia consumer che business (35%), e l’esternalizzazione di attività (33%).
Analizzando la composizione all’interno della Direzione Ict, la maggioranza è ancora rappresentata dal nucleo operativo, 38%, ma in calo rispetto al 2013 secondo un trend confermato per il 2015. La Linea intermedia rappresenta il 20%, il ruoli dedicati al presidio dei clienti interni il 21% con trend positivo, i ruoli dedicati alla governance il 14% anch’essi in crescita, mentre i ruoli dedicati alla gestione dei fornitori rappresentano solo il 7% con un trend di decrescita. Riguardo alle competenze interne, nei prossimi 3 anni l’aumento riguarderà soprattutto lo Sviluppo di Innovazione Digitale e miglioramento processi, lo Sviluppo delle competenze interne e il Change management, il Demand management, la gestione della Sicurezza, del rischio e della compliance, il Project e Program Management.

E si conferma la costante esigenza di nuove competenze per la Direzione Ict, in particolare Innovation e Demand management, ma anche di Risk management&compliance e Change management per governare l’innovazione digitale con modelli e processi sempre più integrati con le Linee di Business. Con l’alta priorità agli investimento in Big Data, l’introduzione di ruoli per il Big Data and Analytics management entra al sesto posto nelle priorità organizzative dei cio.

“Serve maggiore consapevolezza del fatto che il digitale non è soltanto una possibile opportunità di innovazione, ma una vera necessità, un fenomeno ‘disruptive’ in grado di cambiare tutte le regole della competizione. Da questo punto di vista nessuno può chiamarsi fuori – afferma Mariano Corso, Co-Responsabile scientifico della Digital Innovation Academy – Non esistono più settori tradizionali da contrapporre a quelli digitali, ogni business può essere oggetto di una trasformazione digitale. Gli stessi prodotti fisici sono sempre più trasformati o sostituiti da servizi software”.

“In questa situazione si creano spazi per l’emergere di startup tecnologiche che, pur senza grandi risorse, possono mettere in difficoltà incumbent con organizzazioni e modelli di business apparentemente robusti e consolidati -evidenzia Andrea Rangone, Co-Responsabile scientifico della Digital Innovation Academy. “Ma il nostro Paese appare ancora avviluppato in una paralisi strutturale. Fanalino di coda tra i Paesi industrializzati per investimenti nel digitale, l’Italia non riesce a uscire dal circolo vizioso che, per carenza di innovazione, la porta ad un progressivo declino di crescita e competitività”.

In questo scenario potenzialmente sconfortante, però, non mancano imprese coraggiose che riescono a cogliere la sfida della trasformazione digitale, dimostrando non solo di resistere alla crisi, ma anche di crescere raggiungendo risultati ottimi dal punto di vista economico e finanziario. È l’Italia delle “imprese possibili”, in cui l’innovazione digitale si pone al servizio di una visione imprenditoriale capace di coniugare radici e cambiamento, tradizione e trasformazione.

L’ecosistema delle startup italiane mostra infatti un’evidente crescita nel 2014: sono più che raddoppiate le Startup innovative, che registrano un incremento del 120%, mentre quelle finanziate crescono del 74%. Ma la survey Cio dimostra come ancora poche imprese italiane, appena l’8% del totale, abbia a piano relazioni con startup hi-tech. Una pratica più diffusa tra le grandi aziende rispetto a quelle di medie e piccole dimensioni, ma che riguarda comunque una minoranza (12 %) anche tra le grandi realtà. Il settore più attento al mondo startup hi-tech è quello Finance, in cui il 27% delle aziende ha o avrà relazioni con nuove imprese innovative, seguito da Media-Telco (17%) e Utility&Energy (13%). Molto indietro invece l’industria, appena il 2%, e soprattutto la PA-Sanità dove nessuna azienda del panel afferma di aver sviluppato relazioni con startup tecnologiche.

 

 

FONTE: Corriere delle Comunicazioni (www.corrieredellecomunicazioni.it)

 

 

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