La PA italiana diventerà presto digital by default

lentepubblica.it • 29 Settembre 2014

Il ministro della PA e Innovazione: “Presto il dialogo cittadini-PA sarà solo online. Più Ict e meno norme per una nuova cittadinanza”

Digital by default. È questo il principio da applicare nella nuova PA “firmata” Marianna Madia. Il ministro spiega al Corriere delle Comunicazioni come intende passare ai fatti sul digital by default.

Una delle critiche che le aziende muovono alla PA è l’eccesso di burocrazia. Che cosa intende fare su questo fronte?

L’eccesso di burocrazia ha principalmente due cause: la scarsa qualità della legislazione, da un lato, e l’inefficienza di molti processi amministrativi. Ci aspettiamo che la qualità della legislazione possa migliorare, anche per effetto della revisione del processo legislativo che stiamo portando avanti con la riforma della Costituzione. Ma sono necessarie azioni mirate di semplificazione del quadro normativo. Dobbiamo favorire il consolidamento e la razionalizzazione di norme oggi soggette ad un’eccessiva mutevolezza (si pensi alla normativa sugli appalti o sui servizi pubblici locali), ad una stratificazione di disposizioni talvolta anche in contrasto tra loro ed al loro permanere nell’ordinamento anche quando obsolete. Per migliorare i processi amministrativi, e far risparmiare tempo e denaro a imprese e cittadini, oggi abbiamo a portata di mano tecnologie che consentono di ribaltare veramente il rapporto tra cittadini e amministrazione mettendo i cittadini, non dei semplici utenti, al centro. La riforma della pubblica amministrazione, alla quale il Governo sta lavorando, attribuisce una forte rilevanza ai processi di digitalizzazione. Vogliamo definire, e soprattutto rendere effettivi, i diritti di cittadinanza digitale in termini di qualità, accessibilità e disponibilità di servizi online.

Entrando nel dettaglio, come userete l’Ict?

Andando più nello specifico il nostro obiettivo è quello di avviare un ripensamento dei processi e dei servizi dell’amministrazione in funzione dei bisogni di cittadini e imprese, sfruttando le tecnologie digitali. Il principio del  “digital by default” in base al quale  i servizi devono essere erogati in primo luogo in forma digitale deve diventare realtà anche da noi. Dobbiamo andare ancora più avanti, i servizi devono essere completamente ripensati, con la consapevolezza che le tecnologie digitali permettono forme nuove di interazione. Non si tratta solo di offrire anche in digitale i servizi esistenti, ma pensare se quelli che ci sono servano realmente, se si possano o debbano eliminare e se sia, invece, utile o necessario pensare a servizi nuovi, resi possibili grazie al digitale. Digital by default. Ad esempio: dobbiamo considerare  il rilascio di  certificati digitali in parallelo a quelli cartacei, una misura transitoria, per puntare a eliminare del tutto i certificati e passare a procedure online interattive con identità digitale e scambio diretto di informazioni tra diverse amministrazioni.

A che punto è la riforma della PA? Avete già fatto un primo bilancio?

Abbiamo approvato, ad agosto, il decreto legge 90 che sta già avendo i suoi effetti. Si è trattato di un intervento che è servito, oltre che per le singole norme, anche per testimoniare che niente è intoccabile nella pubblica amministrazione: dal tetto agli stipendi dei dirigenti, ai compensi degli Avvocati dello Stato, al taglio dei permessi e distacchi sindacali retribuiti, solo per citarne alcuni. A questo si aggiungono le  norme anticorruzione con i nuovi poteri all’Autorità oggi guidata da Raffaele Cantone. Dopo la spinta della prima fase si è aperta la seconda, dove contiamo di far approvare il disegno di legge in discussione in Senato. I temi del ddl sono tanti: dalla dirigenza, alla riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio al digitale che deve diventare una modalità ordinaria, e non solo una buona pratica, per dare servizi ai cittadini; riforme che disegnano una pubblica amministrazione capace di interpretare lo spirito del tempo in cui viviamo. Se oggi si guarda all’efficienza e alla velocità del settore privato – chiunque faccia un’operazione di e-banking o e-commerce  può percepirlo – il confronto con il pubblico è impietoso. Dobbiamo sanare questo ritardo. Vorremmo approvare in poco tempo il disegno di legge per concentrarci sull’attuazione, che è una sfida importante quanto quella dell’approvazione.

Finora molti governi hanno provato a “cambiare” la PA. Perché questa dovrebbe essere la “volta buona”?

Non sta a me dare giudizi sui governi precedenti. Non penso neanche che tutti i governi siano stati fallimentari. Se penso alle esperienze di Cassese o Bassanini negli anni Novanta, trovo che siano state adottate riforme coraggiose e sostanziali che hanno fatto molto per la PA e i cittadini. Sono molto laica su questo. Persino alcuni pezzi delle riforme di Brunetta – che pure ho contestato da deputata nelle sue linee generali – se attuati avrebbero portato a conseguenze positive. Penso, per esempio, alle tabelle di equiparazione tra i diversi comparti, strumento necessario per favorire la mobilità. Il punto è proprio questo. Molti governi si sono dedicati più ad approvare le leggi che ad attuarle. Se le riforme rimangono sulla carta, servono a poco. L’attuazione delle norme è una responsabilità politica, che non può essere scaricata sull’amministrazione. Per questo il governo di cui faccio parte sta dando grande attenzione alla fase attuativa.

L’Agenzia per l’Italia digitale è operativa, ma fino ad oggi è stata poco valorizzata. Come darle il ruolo di strumento propulsivo che le spetta?

Digital by default. L’Agenzia per l’Italia Digitale  è operativa, anche  sulla carta, da pochi mesi: il suo statuto ha concluso l’iter di approvazione nello scorso mese di gennaio. Questo governo ha fatto uno sforzo significativo per allineare la situazione amministrativa di Agid, obiettivamente in sofferenza, con il nuovo slancio  politico attribuito alla Agenda digitale italiana. Quindi, impegno politico al massimo livello e semplificazione della governance, con l’attribuzione della delega al ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, sono i necessari presupposti affinché  Agid possa svolgere un ruolo propulsivo.

“Gelosie” tra ministeri hanno frenato la cooperazione, invece necessaria, per intervenire sul rinnovamento della PA in senso digitale. Agid può contribuire a superare questa impasse?

Agid è sicuramente lo strumento per superare questa impasse. Come ho già accennato oggi ci muoviamo in  uno scenario che è mutato. L’indirizzo politico, chiaro e strategico, dovrà servire a superare le resistenze e gli interessi settoriali. La visione nuova di questo governo, che lega fortemente modernizzazione del settore pubblica e digitalizzazione della PA, indica a tutti gli attori in campo la direzione di marcia.

Per riformare la PA c’è bisogno anche della collaborazione dei dipendenti. Come agirete per garantire un loro coinvolgimento, soprattutto tenendo conto che il mancato rinnovo del contratto può avere inasprito gli animi?

Abbiamo elaborato una riforma che ha coinvolto 40mila persone – in gran parte dipendenti pubblici – in una consultazione pubblica che è servita sia a condividere le scelte del governo sia a correggerle, dove necessario. Credo che sia stata un’operazione di apertura molto importante, all’interno di un vero e proprio metodo di lavoro del governo che sta riguardando molte politiche pubbliche sottoposte a consultazione: dalla Costituzione, alla giustizia, alla scuola. Capisco l’amarezza per il blocco degli adeguamenti salariali legati all’inflazione ancora per il 2015. Affronteremo il tema nel disegno di legge perché i contratti non possono rimanere bloccati in eterno. Il blocco, naturalmente, danneggia maggiormente i dipendenti con i redditi più bassi. Anche per questo vogliamo rendere strutturale la misura degli 80 euro netti in busta paga, di cui a oggi beneficiano almeno 800mila dipendenti pubblici.

La riforma della PA necessita soprattutto di dipendenti con elevate professionalità. Come intende operare sul fronte delle competenza digitali?

Bisogna immettere nella pubblica amministrazione nuove competenze, legate ai fabbisogni dell’amministrazione digitale. Anche per questo occorre un rinnovamento che coinvolga le generazioni che sono cresciute con l’uso delle nuove tecnologie. Quello della formazione di  nuove competenze è un discorso ampio, che parte dall’innovazione del sistema scolastico e giunge alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Per questo abbiamo realizzato l’unificazione delle scuole della pubblica amministrazione in un unico soggetto, che vuole rilanciare la qualità della formazione nel settore pubblico. Bisogna, naturalmente, anche formare e far crescere chi già lavora nella pubblica amministrazione. Occorre passare, inoltre, dal sistema rigido delle piante organiche a quello dinamico dei fabbisogni, per il quale le amministrazioni progettano e individuano le competenze necessarie per svolgere il proprio compito. Anche questo è un punto qualificante del disegno di legge in discussione al Senato.

 

 

FONTE: Corriere delle Comunicazioni (www.c0rrieredellecomunicazioni.it)

AUTORE: Federica Meta

 

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