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Il processo civile telematico in Italia, a poche settimane dalla sua obbligatorietà

lentepubblica.it • 13 Maggio 2014

Uno sguardo al processo civile telematico in Italia a poche settimane dalla sua obbligatorieta’: la voce dell’ avvocato Daniela Muradore.

Negli ultimi otto anni il nostro Paese ha attraversato una complessa fase di transizione che ha portato al Processo Civile Telematico. Andiamo ad analizzare con la dott.ssa Daniela Muradore, formatore PCT ed avvocato di Milano, l’impatto concreto dei nuovi servizi sulla reale organizzazione degli uffici giudiziari e degli studi professionali e portiamo avanti con Lei alcune riflessioni sulle caratteristiche del modello di diffusione seguito e sugli elementi sui quali si dovrebbero basare le azioni future.

D. Quali sono, a Suo avviso, i principali vantaggi e le opportunità per gli avvocati derivanti dall’avvio del PCT?

R. Il Processo Civile Telematico (PCT) cambia la prospettiva di lavoro dell’avvocato, che non deve più recarsi presso l’ufficio giudiziario per la consultazione dei registri, ma li interroga direttamente dal proprio ufficio e da lì deposita gli atti. E si basa su due fasi: la consultazione via web dello stato delle cause, che prevede anche la ricezione delle comunicazioni degli atti mediante posta elettronica dagli uffici giudiziari; e il deposito di atti in via telematica.

In sostanza, se prima l’attività dell’avvocato si componeva anche della necessità di recarsi presso gli uffici per recuperare le informazioni e fare le opportune verifiche, oggi le stesse sono disponibili tramite un accesso dedicato al professionista. L’informazione viene gestita all’interno dello studio e questo consente di organizzare in maniera diversa il lavoro dell’avvocato. PCT può essere definito come un’altra modalità di gestire il processo che rende la professione dell’avvocato maggiormente in linea con i tempi: non si tratta di un abbattimento dei tempi di lavoro, ma di un impiego diverso del tempo dedicato allo stesso. L’avvocato può decidere diversamente anche di quale struttura dotarsi e quindi cambia la concezione stessa di “studio”: se prima si pensava di trovare un locale vicino al Tribunale perché più comodo, oggi la sede può essere delocalizzata ovunque. Ciascun professionista, inoltre, può scegliere se avere uno studio strutturato (quindi di inserire praticanti, segretarie o di rivolgersi ad un’agenzia per i servizi di cancelleria) oppure no, in relazione alla possibilità o meno di gestire il proprio lavoro. In linea generale, PCT consente di fare una valutazione diversa dei costi e degli investimenti.

D. Che ruolo hanno gli ordini professionali nell’avvio del PCT?

R. Il ruolo che rivestono gli Ordini degli avvocati è fondamentale e senza il loro contributo non è possibile procedere. PCT è un dialogo e tutti gli attori coinvolti devono essere sullo stesso piano. L’ordine professionale rappresenta l’altra metà del mondo giustizia: se i magistrati fanno provvedimenti telematici e non li fanno gli avvocati, e viceversa, il sistema è bloccato. Dunque senza il contributo degli Ordini professionali si crea un intoppo e il meccanismo dialogo si interrompe.

D. Che cosa caratterizza l’esperienza del Foro milanese rispetto agli altri?

R. La condivisione delle esperienze e l’aver creduto che tutti gli utenti (esterni ed interni), debbano progredire in modo paritetico. L’esperienza milanese ha dimostrato una nuova e diversa collaborazione tra uffici giudiziari ed avvocatura: si cresce solo se si viaggia “a pari atti”, investendo di pari passo in formazione. Altre realtà giudiziarie di eccellenza nel panorama italiano, come Torino e Firenze, ad esempio, registrano numeri di depositi molto diversi tra magistrati e avvocati. Se si vuole progredire, se si vogliono suggerire delle migliorie del sistema, lo si deve fare insieme proprio perché il processo si compone di un dialogo tra vari soggetti e, ognuno dalla propria prospettiva, deve poter riuscire a dare un’impronta efficace e costruttiva al sistema.

Il Ministero della Giustizia, in questo contesto, potrebbe potenziare le attività già realizzate, aumentando gli investimenti in formazione rivolti al personale interno, rafforzando la dotazione di strumenti tecnici (hardware e software), a seguito del censimento. Cosa ancor più importante, potrebbe rafforzare il suo impegno nel chiarificare maggiormente le linee di indirizzo fornite, indicando dove andiamo, che cosa facciamo e come lo facciamo con maggiore incisività

PCT funziona quando ci sono sinergie e partnership strutturate sulla base delle reciproche esigenze, capaci di diffondere soluzioni convenienti ed agevoli per tutti.

D. La diffusione del PCT in Italia presenta ancora una situazione che è possibile definire “a macchia di leopardo”. Tuttavia è prevista l’obbligatorietà, per tutti, dal 30 giugno 2014. Sulla base della Sua esperienza, quali potranno essere le difficoltà per gli uffici giudiziari non ancora pronti, e quali, le possibili soluzioni a superare questi ostacoli?

R. Le difficoltà saranno varie e numerose, tutte superabili. L’unica soluzione è lavorare su un progetto condiviso all’interno dei singoli uffici giudiziari. Quelli più piccoli che ancora non sono pronti, per adeguarsi all’obbligatorietà – che ricordiamolo è solo sugli atti di parte – potranno seguire diverse strade: o usufruire della formazione e dell’assistenza fornita dal Ministero della Giustizia. Oppure adottare una “soluzione tampone”, rivolgendosi a strutture esterne, mediante convenzioni con Ordini professionali, Camere di Commercio che forniscono fondi e assistenza in base alle esigenze degli uffici. Comunque il PCT ha una struttura in linea con la gestione dei registri informatici degli UUGG: per questo si tratta solamente di fare un altro piccolo passo..

D. A Suo avviso, quali sono le prospettive future che attendono il Processo Civile Telematico? Pensa sarà possibile fissare una data per l’obbligatorietà anche per gli atti correlati alle procedure penali?

R. Per quanto riguarda il Processo Civile Telematico penso che si possa migliorare il dialogo tra le parti interessate, allargandolo anche alle altre pubbliche amministrazioni. Resta comunque il fatto che questa esperienza è positiva e può essere considerata una buona pratica a livello europeo: non esistono Stati membri che abbiano sperimentato una simile innovazione

Per il Processo Penale Telematico la questione si fa più complessa: non c’è, ad oggi, un’uniformità di gestione dei registri e si evidenzia un ritardo nella diffusione di registri informatici di ultima generazione predisposti e/o predisponibili; inoltre la frammentazione degli uffici (Procura, GIP, Ufficio del Dipartimento,ecc.) è un altro dato da non sottovalutare. Bisognerebbe creare un sistema concettualmente analogo anche per questo tipo di procedure, ovvero un dialogo che vada bene per tutti, ripensando ad un linguaggio informatico uniforme. È molto difficile, ma a livello nazionale rappresenterebbe una vera rivoluzione. Forse sì, si realizzerà, in un futuro non tanto prossimo.

FONTE: qualitapa.gov.it

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