Sbarca in Senato la Carta della Cittadinanza Digitale

lentepubblica.it • 30 Gennaio 2015

In questi giorni il Parlamento è sede dell’elezione del Capo dello Stato e luogo d’incontro e di scontro sulle grandi riforme istituzionali: la legge elettorale e la riforma costituzionale. Ma il Parlamento è anche sede di un più nascosto lavoro di revisione e di elaborazione dei testi di legge che si svolge in genere nelle Commissioni e che ha poca visibilità all’esterno.
In una di queste commissioni, la prima del Senato dedicata agli “Affari Costituzionali”, si sta discutendo del disegno di legge delega “Madia” sulla riforma delle amministrazioni e, tra gli emendamenti presentati dal relatore (e che quindi saranno approvati e costituiranno la base per la discussione in Aula) ce n’è uno di particolare importanza che riscrive il primo articolo della legge e gli dà l’ambizioso titolo di “Carta della cittadinanza digitale“.

L’articolo, essendo una legge delega, indica solo dei principi, delegando appunto il Governo a tradurli in provvedimenti attraverso i decreti legislativi, per cui gli concede dodici mesi di tempo. Ma già i principi costituiscono delle conquiste importanti. Vediamoli.

1.  Nel vecchio codice dell’Amministrazione digitale si parlava dell’obbligo da parte delle PA di rendere disponibili dati e servizi; ora si rivota il paradigma e sono i cittadini e le imprese che hanno un diritto pressoché universale ad “accedere a tutti i dati, i documenti e i servizi di loro interesse in modalità digitale, riducendo la necessità dell’accesso fisico agli uffici pubblici”. Questo diritto diviene esigibile attraverso una revisione e una semplificazione del CAD stesso.

2.  Per la prima volta il Governo è obbligato, in tema di servizi online e della loro accessibilità, fruibilità, tempestività e qualità, a definire dei veri e propri LEP (ossia livelli minimi di prestazioni). In questo modo la digitalizzazione dei servizi entra di fatto nell’art. 117 della Costituzione, lettera m) che definisce il concetto di livelli essenziali che devono essere garantiti a tutti i cittadini. Non è roba da poco.

3.  Non si può informatizzare l’esistente, ma con il principio del digital first vanno ridefiniti e semplificati i processi amministrativi.

4.  Le PA sono tenute ad avere e mantenere dei requisiti minimi di digitalizzazione non banali: banda larga e accesso alla rete per ogni ufficio o unità operativa; riuso gratuito delle informazioni e obbligo del formato aperto; partecipazione telematica; pagamenti elettronici.

5.  Va ripensato completamente il Sistema Pubblico di Connettività (il famoso SPC) rendendolo più semplice, più aperto e più permeabile anche alle aziende private. Semplificato e aperto anche ai privati

6.  Va riscritta la normativa sull’identificazione uniformandola al concetto di SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e va curato che tale sistema sia adottato da tutte le amministrazioni, ma sia messo a disposizione dei cittadini anche per le loro transazioni private.

7.  A questa nuova identità digitale va associato un domicilio digitale e vanno curate le forme di assistenza per sanare barriere di competenza e culturali attraverso forme che potremmo chiamare di tutoraggio digitale.

8.  Fondamentale l’ottavo principio: il Governo è delegato ad operare per “razionalizzare gli strumenti di coordinamento delle amministrazioni pubbliche al fine di conseguire obiettivi di ottimizzazione della spesa nei processi di digitalizzazione, nonché obiettivi di risparmio energetico” e per “razionalizzare i meccanismi e le strutture deputati alla governance in materia di digitalizzazione, al fine di semplificare i processi decisionali”. Se pensiamo alla confusione che c’è ora nelle competenze e nella governance non è poco neanche questo, anzi è un prerequisito necessario. Sappiamo che sarà un osso duro.

9.  Deve essere più semplice e veloce l’adozione delle regole tecniche che poi riempiranno il nuovo CAD. Deve essere anche facile cambiarle perché l’ultimo principio obbliga il Governo ad una sostanziale neutralità tecnologica del CAD. Ossia a definire principi e a rimandare alla normativa secondaria e ai “manuali” la loro incarnazione in tecnologie consigliate e in raccomandazioni.

 

Mi pare che siamo ad un buon punto. Certo la strada sarà ancora lunga e c’è bisogno dell’attenzione e della partecipazione di tutti gli addetti ai lavori per non sviare.

 

 

 

FONTE: Forum PA

AUTORE: Carlo Mochi Sismondi

 

 

sardegna

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