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Approvate nuove norme per la tutela della biodiversità agraria

lentepubblica.it • 29 Dicembre 2014

La Camera ha approvato alcune disposizioni “per la tutela e la valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare”. Potrebbe apparire come un grande successo dei movimenti contadini, ma in realtà il testo così com’è rischia di creare confusione in un ambito molto delicato, intervenendo su una materia di competenza regionale e limitando la “libertà d’azione” di reti che dal basso tutelano e valorizzano la biodiversità “nei campi”

La legge “per la tutela e la valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare”, com’è stata approvata la settimana scorsa dalla Camera dei deputati, non convince Riccardo Bocci, agronomo e direttore tecnico della Rete Semi Rurali, un network di 28 organizzazioni attivo dal 2007 nato per sostenere, facilitare e promuovere il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina, dal basso.

Nel testo -che si compone di 17 articoli – accanto ad alcuni elementi “condivisibili, come l’istituzione di una Giornata nazionale della biodiversità agraria e alimentare (il 22 maggio, ndr), in un’ottica di sensibilizzazione, e di un Fondo per la tutela della biodiversità agraria, che dovrebbe essere dotato di 500mila euro, ve ne sono altri che rischiano solo di creare confusione” spiega Bocci.

Un aspetto problematico, ad esempio, è quello relativo a un intervento statale in un ambito “di competenza delle Regioni, tanto che una prima proposta di legge in materia era stata rigettata perché dichiarata non Costituzionale dalla Conferenza Stato-Regioni. La materia della biodiversità agricola -secondo l’esponente di Rete semi rurali- è talmente correlata al ‘territorio’ che definirne le caratteristiche attraverso una legge nazionale, dall’alto verso il basso, appare come un procedimento inverso rispetto a un necessario approccio bottom-up, specie se quello che scrivi non lo negozi con i territori”.
Bocci cita alcuni esempi dal testo del provvedimento. “L’articolo 13 istituisce quelle che vengono definite ‘Comunità del cibo e della biodiversità agraria e alimentare’, obbligando così per legge coloro che operano in un determinato ambito ad ‘indossare’ un’etichetta coniata nell’ambito di una organizzazione specifica.
La legge, inoltre, istituisce una Rete nazionale degli agricoltori custodi. Mi chiedo se ne potremmo fare parte anche noi, che come Rete Semi Rurali operiamo in quest’ambito, relazionandoci anche con soggetti di tutta Europa nell’ambito del progetto ‘Let’s Liberate Diversity’, ma che non siamo solo custodi, perché facciamo anche innovazione. Mi chiedo inoltre che cosa potrà cambiare, in pratica, visto che in molte Regioni esistono delle leggi sulla biodiversità, che prevedono l’istituzione di Reti locali, che ancora fanno fatica a diventare operative. Infine, all’articolo 8 si istituisce un ‘Comitato permanente per la biodiversità agraria e alimentare’, ma ci si dimentica che già esiste, come già c’è un Piano nazionale per la biodiversità, di cui per altro dà conto l’articolo 7. L’unica cosa nuova che stabilisce la legge approvata alla Camera -conclude Bocci- è che del Comitato farà parte anche un rappresentante degli agricoltori custodi, anche se non è chiaro chi dovrebbe nominarlo, e secondo quali meccanismi trasparenti e democratici”.

Altro elemento di criticità è -secondo Bocci- “l’idea di un’anagrafe nazionale della biodiversità, che si trova all’articolo 3: già oggi -spiega l’agronomo toscano, che collabora con la Rete Semi Rurali, tra i cui fondatori ci sono Civiltà Contadina, il Consorzio della Quarantina, il Coordinamento Toscano Produttori Biologici (CTPB) e il Centro Internazionale Crocevia (CIC)- presso le Regioni esistono ‘repertori regionali’, e per accedervi servono una domanda, un procedimento di caratterizzazione, la valutazione di una commissione tecnico-scientifica, tutti elementi che precedono l’iscrizione al catalogo delle varietà da conservazione. Mi chiedo a che serve un altro catalogo, un altro registro, se non a creare un altro elemento burocratico di cui non si capisce l’utilità: ad oggi, l’Italia, Paese ricco di biodiversità, non è stata capace di iscrivere al catalogo europeo di varietà da conservazione lo stesso numero di varietà dei Paesi del Nord Europa, ad esempio”.

Nonostante tutti questi limiti, l’approvazione di una legge sulla biodiversità ha fatto storcere il naso a chi promuove la penetrazione nel nostro Paese delle colture geneticamente modificate (“Ogm, gli scienziati: ‘Non fermate la ricerca aiutiamo le piante a sopravvivere’” ha titolato la Repubblica a tutta pagina alla vigilia del voto alla Camera, il 17 dicembre scorso), per colpa -dice Bocci- “dell’inserimento nel testo di legge di una serie di luoghi comuni del mondo anti-ogm come il comma sui danni da contaminazione legata alla coltivazione di Ogm”,  che all’articolo 10 prevede in modo esplicito che i 500mila euro del fondo per la tutela della biodiversità potranno essere utilizzati per corrispondere “adeguati indennizzi ai produttori agricoli che hanno subìto eventuali danni provocati da forme di contaminazione da organismi geneticamente modificati coltivati in violazione dei divieti stabiliti ai sensi delle disposizioni vigenti

È in mezzo a queste disposizioni fortemente retoriche e che difficilmente troveranno applicazione che trova spazio l’articolo più pericoloso dell’intera legge, almeno per chi -come Rete Semi Rurali- si oppone “a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”. Si tratta dell’articolo 11, “Commercializzazione di sementi di varietà da conservazione”, che interviene a modificare il testo di legge che garantiva anche agli agricoltori la possibilità di vendere sementi di varietà da conservazione e di scambiarle in modiche quantità in un’ottica di ricerca, innovazione e miglioramento del patrimonio genetico, come lo fanno i ricercatori. “Se il testo votato alla Camera diventasse legge, oggi questa possibilità verrebbe lasciata solo ‘all’interno della Rete nazionale della biodiversità agraria e alimentare’ e verrebbe sottomesso a ‘quanto previsto dalla normativa vigente in materia fito-sanitaria’, introducendo -spiega Bocci- limiti all’azione degli agricoltori, ad esempio di quelli che lavorano con le organizzazioni partner della Rete”. Di quei custodi che tutelano la biodiversità dal basso, e non sentono bisogno di alcuna legge nazionale in materia.

 

 

FONTE: Altreconomia (www.altreconomia.it)

AUTORE: Luca Martinelli

 

 

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