Le aree protette possono essere il motore dell’economia circolare?

lentepubblica.it • 27 Novembre 2015

aree protetteLe aree protette sono custodi di un immenso patrimonio naturale e culturale ma sono anche incubatori di innovazione e buone pratiche a vantaggio di tutto il Paese e fondamentali alleati nella lotta ai cambiamenti climatici.

 

L’appuntamento precongressuale di Legambiente dedicato al tema della conservazione della natura e alla promozione dell’economia circolare si è tenuto oggi a Pescara. All’incontro, che ha ottenuto il patrocinio di A.N.C.I., Consiglio Regionale Abruzzo, Federparchi, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Parco Nazionale della Majella e Parco Regionale Sirente Velino, hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni locali, del mondo dei Parchi e delle Aree protette, dell’Università, dell’imprese e del turismo, delle associazioni agricole e del Ministero dell’Ambiente.

 

Buone pratiche di sostenibilità e sostegno alle produzioni di eccellenza nel settore agro-silvo-pastorale, riduzione del consumo di suolo, gestione forestale sostenibile e sviluppo del biologico come modello agricolo, grande successo delle politiche di conservazione della fauna, testimoniata dalla effettiva attuale diffusione del lupo, dell’orso e del camoscio appenninico. Nei parchi italiani risiede un capitale di straordinaria importanza su cui puntare per creare lavoro qualificato e per valorizzare i territori. Pur se in maniera dispersiva e spontanea, in Italia, i parchi hanno garantito l’occupazione e favorito l’indotto in settori strategici – turismo, agricoltura, allevamento, artigianato, commercio e servizi – promuovendo la nascita di piccole e piccolissime imprese e cooperative locali.

 

Nel 2015 il settore turistico che è cresciuto maggiormente è stato quello dell’ecoturismo con ben 100 milioni di presenze e un fatturato globale di circa 5,5 miliardi di euro con un incremento annuo dell’1,8%. Nonostante la crisi economica, infatti, sono aumentati gli italiani dediti al turismo ecologico: +10% , disposti (nel 50% dei casi) a pagare tra il 10 e il 20% in più pur di fare vacanze sostenibili. Cresce il fenomeno del cicloturismo (2,3 milioni di cicloturisti che hanno soggiornato in Italia quest’anno), mentre l’escursionismo registra un +20% rispetto gli ultimi tre anni e raggiunge quota 5 milioni di appassionati la pratica del Nordic Walking, la passeggiata con le racchette importata dai paesi scandinavi.

 

“Questa fotografia in positivo delle aree protette italiane – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – deve servire da stimolo per avviare seriamente una politica di valorizzazione delle eccellenze in termini di benessere ed economia circolare, in grado di mettere a sistema le migliori esperienze per trasformare le aree protette in volani dell’economia, in elementi cardine dello sviluppo del Paese che affronta ancora il perdurare della crisi. Le nostre aree protette, in molti casi, hanno saputo legare in maniera feconda la conservazione della natura allo sviluppo sostenibile, ed hanno promosso concretamente la green economy conquistando consenso diffuso in territori di pregio, coinvolgendo nella scommessa i più capaci amministratori, agricoltori, pescatori, operatori del turismo, albergatori e quanti hanno voluto affrontare la sfida della modernità e contribuito ad invertire la rotta in territori altrimenti segnati da marginalità e spopolamento”.

 

Con quasi 250 mila imprese agricole, le aree protette si confermano laboratori privilegiati per lo sviluppo dell’agricoltura di qualità, integrata con la tutela degli ecosistemi, ma non solo: il ruolo delle aree protette è fondamentale anche nella lotta ai cambiamenti climatici perché la capacità media di accumulo di carbonio nelle aree protette è molto più marcata rispetto alla media nazionale (nei territori dei Parchi vengono accumulate circa 5.1 tonnellate di carbonio per ogni ettaro di superficie). Questo prezioso contributo alla lotta ai cambiamenti climatici è dovuto soprattutto alla presenza di boschi nelle aree parco, dove la copertura forestale arriva infatti al 62% del territorio.

 

“Un contributo che non può essere trascurato dalla strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e che anzi – ha aggiunto Cogliati Dezza – deve essere valorizzato e promosso in quell’ottica di cambiamento che deve riguardare tutto il Paese a partire dai settori dell’eccellenza quali i parchi possono essere”.

 

Certo che se alcune esperienze di successo hanno saputo valorizzare anche le comunità locali, i buoni risultati, raggiunti in maniera disomogenea e a volte casuale, non bastano. Occorre fare di più per migliorarne la gestione delle aree parco con un maggior contributo delle istituzioni, con azioni e progetti mirati, in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e di frenare la perdita di biodiversità.

 

Chi vive nei parchi ha oggi un vantaggio competitivo in termini di benessere, qualità della vita e opportunità legate alla green economy. Ma in questa fase occorre un rinnovato impegno, culturale e organizzativo, per aiutare le aree protette a trovare le risposte più adeguate per disegnare il futuro della conservazione della natura nel nostro Paese. Ed è importante capire quale sia il contributo reale che le aree protette possono dare all’uscita del nostro Paese dalla crisi, a cominciare dalla valorizzazione del ruolo della natura, sia in termini di servizi ecosistemici sia in termini di cultura e di immaginario collettivo. Un contributo che non sta solo nel ruolo scientifico, per altro ineludibile, di conservazione e valorizzazione della biodiversità, ma anche sul piano economico, nella creazione di nuovo lavoro e per migliorare la qualità della vita delle persone.

 

C’è molto lavoro ancora da fare per raggiungere risultati soddisfacenti e spingere le aree protette a diventare protagoniste del cambiamento: occorre recuperare il ruolo delle aree protette sulla tutela del paesaggio; integrare la gestione delle aree protette con quella della Rete Natura 2000, all’interno della strategia nazionale per la biodiversità; trovare nuove forme di finanziamento e nuovi meccanismi di partecipazione alla vita dei parchi dei cittadini e delle loro forme associative. Occorre rafforzare il ruolo delle Comunità del parco nelle decisioni strategiche sburocratizzando l’Ente parco con un aumento delle responsabilità e maggiore aderenza alle regole generali della pubblica amministrazione. Bisogna migliorare l’efficacia delle aree protette nella conservazione della biodiversità e delle specie protette, e soprattutto migliorare la capacità di risarcire gli agricoltori dai danni creati dalla fauna selvatica.

 

È necessario istituire nuove aree protette, a partire dal Parco nazionale del Matese, l’area marina protetta Costa di Maratea e promuovere un Parco nazionale per il Delta del Po che unifichi gli attuali due parchi regionali. Risolvere tutti i problemi creati dalla carenza di govenance (presidenti, direttori e consigli direttivi) di oltre la metà dei Parchi nazionali e magari procedere con nomine improntate alla competenza e qualità.

 

“Per rilanciare le aree protette – ha dichiarato Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette e biodiversità di Legambiente – è necessario passare attraverso una “nuova primavera” politica che deve interessare il nostro sistema di conservazione, importante e diffuso, e cercare nuove soluzioni ai problemi strutturali che sono emersi in questi anni per rendere ancora affascinante la nostra particolare esperienza di tutela della biodiversità fortemente intrecciata con le realtà locali”.

Fonte: Legambiente
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