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In dirittura d’arrivo il decreto legge sull’acciaieria ILVA

lentepubblica.it • 23 Dicembre 2014

Nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre sarà approvato il decreto legge che riguarda le sorti dell’acciaieria più grande d’Europa. Un punto sembra fermo: l’accesso dell’azienda all’amministrazione straordinaria.

Nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre sarà approvato il decreto legge che riguarda le sorti dell’acciaieria più grande d’Europa che da due anni e mezzo a questa parte e’ in una situazione difficilissima a causa delle vicende ambientali che hanno portato la Magistratura di Taranto a sequestrare tutti gli impianti dell’area a caldo, il cuore produttivo del siderurgico. Nel frattempo, si e’ avviato a Taranto il processo “Ambiente Svenduto” che, con l’accusa di disastro ambientale, vede imputati tra gli altri i vertici societari e dirigenziali della stessa Ilva.

Il premier Matteo Renzi lo ha detto piu’ volte in questi ultimi giorni: sara’ un decreto legge, quello che il Cdm varera’ alla vigilia di Natale, col quale si comincera’ a scrivere il futuro di Taranto. Nel provvedimento, stando a quello che emerge, non ci saranno soltanto le questioni che attengono l’Ilva, che da giugno 2013 e’ sottoposta dallo Stato a gestione commissariale, ma anche il rilancio dello sviluppo, la citta’ e il porto. Per quest’ultimo, martedi’ pomeriggio l’Autorita’ portuale consegnera’ ufficialmente alle imprese appaltarici i lavori per l’ammodernamento della banchina del terminal container di Evergreen, la prima opera infrastrutturale che parte dell’intero pacchetto.

Tuttavia sara’ l’Ilva l’asse portante del decreto legge del Governo. A distanza di due anni dalla prima legge, la 231 del 24 dicembre 2012, giorno in cui fu pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale” – si tratta delle norme con le quali il Governo Monti decise la prosecuzione dell’attivita’ produttiva dello stabilimento di Taranto legandola al risanamento ambientale -, il Governo interviene di nuovo sull’Ilva. Dalla fine del 2012 ad oggi, diversi sono stati i provvedimenti dell’esecutivo e del Parlamento sull’Ilva. Ci sono leggi ad hoc, come quella sulla gestione commissariale di giugno 2013 o quella sul piano ambientale e piano industriale (Terra dei Fuochi-Ilva del febbraio scorso). Ma anche emendamenti specifici inseriti nel corpo di altri provvedimenti e poi divenuti legge. Come, per esempio, quella che autorizza le discariche – inserita nelle norme sulla Pa di meta’ 2013 -, oppure quella che autorizza la prededuzione sul prestito delle banche e l’uso dei soldi sequestrati ai proprietari dell’azienda anche per reati diversi da quelli ambientali che fa parte delle norme sulla competitivita’ varate nella scorsa estate. Nonostante vari interventi, pero’, la crisi dell’Ilva non si e’ risolta.

L’azienda – commissariata e affidata ora a Piero Gnudi, ex ministro del Governo Monti, mentre prima era guidata dal commissario Enrico Bondi – e’ alle prese con problemi enormi. Problemi che si chiamano risanamento ambientale – l’Aia prevede interventi per 1,8 miliardi -, rilancio industriale, manutenzione degli impianti e disponibilita’ finanziaria. Negli ultimi mesi l’Ilva difatto e’ vissuta con i soldi del prestito ponte erogato dalle banche Intesa San Paolo, Unicredit e Banco Popolare. Duecentocinquanta milioni complessivi, divisi in due tranche uguali, una delle quali erogata a meta’ settembre e l’altra fine novembre, prestito sui cui vige la preduzione introdotta con le ultime norme (una garanzia offerta alle banche). Adesso i soldi sono finiti, come ha detto nei giorni scorsi in un’audizione alla Camera il commissario Piero Gnudi, per cui si tratta di correre subito ai ripari se si vuole evitare che l’Ilva non sia nelle condizioni di pagare gli stipendi ai suoi 16mila dipendenti, 11mila dei quali solo a Taranto.

Nel decreto legge sull’Ilva di imminente varo, un punto sembra fermo: l’accesso dell’azienda all’amministrazione straordinaria. Utilizzando la legge Marzano, che pero’ per l’Ilva va modificata in quanto l’azienda non e’ in condizioni di insolvenza finanziaria, il Governo vuole nominare un amministratore straordinario che abbia pieni poteri sull’azienda. Il ricorso alla Marzano fa da apripista ad un ritorno dell’azienda nell’alveo pubblico. L’Ilva infatti era pubblica sino a prima del 1995, anno in cui l’Iri la privatizzo’ vendendola al gruppo Riva. Adesso – come hanno sottolineato sia Renzi che il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi – lo Stato si riprende l’Ilva per un tempo determinato, ma non ancora quantificato, per effettuare i necessari lavori di bonifica, rilanciare l’azienda e solo successivamente rimetterla sul mercato. Sino a qualche tempo fa l’Ilva e’ sembrata sul punto di essere ceduta ai privati.

C’erano alcune offerte ma con una, in particolare, quella avanzata dalla cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia, la trattativa era avviata e lasciava prevedere una conclusione. I rilievi mossi dai privati sui costi e sugli interventi ambientali hanno poi spinto il Governo a cambiare strada, mettendo da parte l’opzione della cessione e privilegiando l’intervento pubblico. Che allo stato prevede alcune ipotesi: per esempio, la divisione dell’Ilva in new company e bad company sul modello Alitalia. Ma anche l’affitto dell’Ilva ad una societa’ pubblica da parte dell’amministratore straordinario. Gli strumenti pubblici che dovrebbero essere utilizzati, a seconda dell’opzione che verra’ poi scelta, sono o il Fondo strategico italiano della Cassa depositi e prestiti, o Fintecna, controllata dalla stessa Cdp, che ha gia’ gestito le liquidazioni di Iri e Finsider – la caposettore pubblica dell’acciaio -. Oltre a riportare l’Ilva sotto il controllo pubblico, e’ allo studio anche una modifica dell’Autorizzazione integrata ambientale nel senso che il Governo appare orientato a stabilire che per tutte le Aia, e quindi non solo quella Ilva, valgono gli standard europei. Un appunto che e’ stato fatto all’Aia dell’Ilva e’ infatti quello che prevede vincoli e obblighi che non esistono negli altri Paesi europei per le aziende dello stesso settore. Di qui, appunto, l’equiparazione a quanto si fa nel resto d’Europa. Per il porto, invece, il decreto potrebbe fare riferimento al nuovo piano di opere previsto per Taranto, a partire da quelle per il rilancio del terminal container gia’ oggetto di un vertice il 30 ottobre a Palazzo Chigi col sottosegretario Graziano Delrio. L’area del porto di Taranto e’ attualmente interessata da notevoli investimenti, tra avviati, in fase di consegna e di prossima definizione. Nel periodo 2012-2014 sono stati infatti messi in cantiere progetti per 370 milioni e a fine 2015 si dovrebbe salire ad un volume di opere di circa 500 milioni di euro.

 

 

 

FONTE: Eco dalle Città (www.ecodallecitta.it)

 

 

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