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Le foreste italiane nelle infide mani del bracconaggio

lentepubblica.it • 10 Dicembre 2014

Migliaia di volontari contrastano il bracconaggio che prosegue in diverse regioni d’Italia nonostante i solleciti dell’Ue. Nel mirino uccelli, grandi carnivori e ungulati.

Uno sterminio silenzioso, spesso accettato di buon grado in nome di quelle che vengono chiamate tradizioni. Il bracconaggio rimane un fenomeno grave di malcostume rispetto a delle semplici regole. Con questo termine s’indica ogni forma di uccisione o cattura di animali selvatici al di fuori delle disposizioni previste dalla legge. Non sono mancati i richiami europei, come l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia per l’uccellagione e i richiami vivi, per non aver rispettato la Direttiva 2009/147/Ce del parlamento europeo sulla conservazione degli uccelli selvatici. In Lombardia, Veneto e Toscana è stata consentita per molti anni la cattura, mediante l’utilizzo di reti, di numeri ingenti di sette specie di uccelli vietate. Dal gennaio 2011 il Cabs (Committee against bird slaughter), in collaborazione con la Lac (Lega abolizione caccia), raccoglie i reati commessi da cacciatori e bracconieri italiani ai danni della fauna selvatica. L’ultima relazione parla di 548 casi che hanno coinvolto 1.133 persone: il 70% era a caccia di uccelli e il 30% di mammiferi. L’80% dei reati sono praticati da cacciatori, ovvero persone che sono, o erano, provviste di licenza di caccia.

 

Catturati vivi

In provincia di Brescia, dalla Valcamonica alla Val Trompia e Sabbia, tra la tradizione della polenta e osei e un commercio che in tempi di crisi diventa una fonte di guadagno considerevole, ogni anno vengono uccise decine di migliaia di uccelli. Non si salva nessuna specie: dal pettirosso, il più ricercato, al fringuello, passando per il tordo. Non si parla solo di uccisione ma anche di sfruttamento di alcuni esemplari: «Dobbiamo distinguere due fenomeni – spiega Dario Buffoli, responsabile del Servizio vigilanza ambientale (Sva) di Legambiente a Brescia – quello della cattura e uccisione per essere poi venduti, e il fenomeno della vendita viva, per essere utilizzati come richiami». La cattura degli uccelli può avvenire attraverso reti o archetti, piccoli rami che funzionano come una molla, spezzando le zampe dell’uccello: «Solitamente sono attratti da una bacca e la loro agonia può durare anche 5 ore continua Buffoli – il guadagno è enorme: per un pettirosso di 8-10 grammi si parla di 2,5 euro l’uno e i bracconieri arrivano ad averne valige intere». L’altro fenomeno molto sviluppato è quello dei richiami vivi: uccelli catturati e allevati per fungere da esca per i propri simili. Viene anche ancora utilizzata l’orribile pratica del sessaggio: un taglio per stabilire se il tordo catturato sia maschio o femmina. Il primo, cantando più forte, è più richiesto: «Gli allevatori di richiami vivi sono tipici di queste zone e finché non sarà strettamente regolamentato e controllato si alimenterà illegalmente – dichiara Buffoli – Un uccello di questo tipo può arrivare a valere anche 150/200 euro e non sono rari i furti di nidiacei».

 

Trappole nel Sulcis

Dai rilievi del Cabs e della Lac, la regione dove i bracconieri risultano più dei cacciatori è la Sardegna. La Lipu organizza dei campi di volontari che ogni anno collaborano con le autorità locali per contrastare il fenomeno: «La zona più coinvolta è la Fascia Sulcis, soprattutto Capoterra – ci racconta Gigliola Magliocco, volontaria Lipu nel cagliaritano – ma sono coinvolti ben 48.000 ettari di macchia mediterranea che, grazie ai frutti presenti, diventano meta privilegiata delle migrazioni, soprattutto nel periodo autunnale e da fine gennaio fino a metà febbraio». Se in queste zone manca per tradizione la crudele pratica dei richiamivivi, i laccetti e le trappole a strozzo, posizionate a terra e in aria, raggiungono cifre incredibili: «In una settimana di campo antibracconaggio intercettiamo tremila trappole, ma se ne stimano circa 150mila, senza contare che un chilometro e mezzo di sentiero ne può contenere fino a duemila – continua Magliocco – Questa cattura non fa selezione, intercettando non solo piccoli uccelli cacciabili, come il tordo, ma anche specie protette e rapaci. Nel 2013 sono state denunciate 39 persone».

 

Rapaci (quasi) in salvo

Ci sono zone però dove l’impegno di autorità e associazioni ha dato i suoi frutti: «Lo Stretto di Messina è il principale bottleneck italiano per la migrazione primaverile e autunnale dei rapaci diurni ed era il principale luogo di massacro nel mediterraneo dei falchi. Ancora nel 1984 oltre 15mila persone in Calabria e alcune migliaia in Sicilia attendevano l’arrivo dei rapaci per far fuoco. Oggi, dopo 30 anni di campi antibracconaggio, un centinaio di bracconieri in Calabria uccidono rapaci in migrazione. Il drastico calo nel consenso sociale verso questa strage è il principale alleato di chi vuol vincere definitivamente questa sfida. Il bracconaggio non ha confini, basti citare alcuni punti caldi nel Mediterraneo. «A Cipro il mercato degli uccelli da consumare (capinere) crea un giro di 15 milioni di euro annui e attrae l’inventiva criminale della mafia cipriota – racconta Andrea Rutigliano, membro del Cabs – In queste zone viene preso di mira ogni uccello migratore, per un totale di 300 specie registrate come vittime (inclusi gufi e assioli), con una predilezione anche per la bigiarella. A Malta vengono abbattuti i grandi rapaci, le cicogne e gli aironi, mentre limicoli e fringilli sono intrappolati». E in Francia, in Aquitania e a Parigi, si pagano 150 euro per consumare anche soltanto uno degli ultimi ortolani scandinavi, specie protetta, che finisce negli impianti di cattura illegale de Les Landes.

 

 

 

FONTE: La Nuova Ecologia – Network di Legambiente

 

 

 

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