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Roma: aree agricole in disuso assegnate a giovani contadini

lentepubblica.it • 7 Novembre 2014

Aree agricole e immobili rurali in disuso assegnati tramite gara pubblica a giovani contadini. Nei giorni scorsi sono stati resi noti i vincitori di un bando del Comune di Roma che affida tre lotti per quindici anni. Nei lotti sono previste diverse attività: vendita diretta di prodotti a chilometri zero, fattorie didattiche e centri estivi per ragazzi, orti sociali, reinserimento lavorativo di persone “svantaggiate”, agri-ristoro e parco avventura. Una bella soddisfazione per la cooperativa Agricola Coraggio che si è aggiudicata il lotto presso Borghetto San Carlo: dopo due anni di lotte collettive per il diritto alla terra, la giovane cooperativa – che insieme ad altri ha contributo a mettere al centro il tema dell’agricoltura urbana a Roma – racconta il suo punto di vista.

Tra mille appunti e ricordi, articoli e commenti, racconti, sguardi e volti, vecchi e nuovi manifesti, fotografie, intenti, promesse, impegni e responsabilità … oggi si fa un giretto nella stranezza del percorso fatto, veloce (‘solo’ tre anni), ma che si dilata per gli effetti visti e avuti su molto di quello che c’è stato intorno, persone, sensazioni e visioni della realtà.

“Se le terre pubbliche saranno assegnate ai giovani agricoltori… gli Asini voleranno!”, dicevamo sperando. E l’amministrazione comunale di Roma ha pubblicato in Primavera il primo bando per assegnare una parte delle terre pubbliche (per ora cento ettari suddivisi tra quattro aree), dando così una prima risposta concreta al diritto al lavoro e alla qualità della vita, all’esigenza di fruibilità degli spazi verdi, tutelando e valorizzando il paesaggio con l’agricoltura.

Una di queste aree è Borghetto San Carlo (ne parla qui Alessandro Portelli Rivoltiamo la città, coltiviamo l’orto, ndr). Chi ricorda quei ventidue ettari sulla via Cassia abbandonati e sotto scacco del costruttore Mezzaroma (tuttora inadempiente degli accordi presi con i cittadini)? Sicuramente le 10.000 persone che sostennero la petizione #TerrePubbliche ai nuovi agricoltori. Sicuramente gli abitanti del quartiere, che sfilavano davanti a quell’asino di legno con le ali alto più di tre metri, issato dai ragazzi e dalle ragazze della Cooperativa romana Agricoltura Giovani durante il presidio dell’area effettuato nella Primavera del 2013. E oggi alla Co.r.ag.gio. viene data la responsabilità di coltivare quell’area, porta del parco di Veio, per creare reddito, costruire servizi, valorizzare con agricoltura e accessibilità un luogo che questo merita.

Una bella storia, che sembra una favola e che invece è fatta di impegno e determinazione. Non un sogno, non un miracolo, ma lavoro, paziente e costante. Gli obbiettivi e i valori, chiari fin dall’inizio, hanno solo dovuto trovare consenso, condivisione. E sono diventati linguaggi di una città che si riscopre agricola, che non vuole più vedere casali abbandonati (leggi anche La Valle dei Casali è di chi la vive di Terra rivolta, ndr), campi non coltivati, giovani senza lavoro che smettono di credere nel futuro e nelle proprie competenze. E che magari vuole smettere di importare quei milioni di euro di derrate alimentari dall’esterno, o far arrivare sulle mense scolastiche per i propri bambini e bambine cibo di qualità, da agricoltura ecologica e di prossimità.

Per arrivare ad oggi quello che ha premiato, sopra ogni altra cosa, è stato sicuramente il metodo. In quelle giornate di primavera del 2011 eravamo pochi, disorientati da forme di attivismo spesso sconfitte, con obbiettivi troppo ampi per essere raggiunti. Il lavoro una emergenza, ma non un lavoro qualsiasi, “un lavoro soddisfacente e realizzante, scelto e libero, che investa appieno l’esistenza degli individui”, come scrivevamo nel manifesto del dicembre di quell’anno, nel presentare la nascita della “Società agricola Co.r.ag.gio.”. Le riunioni con esperti, le nostre esperienze inizialmente solo agricole come braccianti, laureati e cuochi, si sono poi negli anni allargate con l’ampliamento del numero dei “coraggiosi”, con educatori, agronomi, architetti, operai specializzati. Il metodo è stato quello del dialogo, ricercato passo passo in primis con la cittadinanza, che imparava a conoscerci per la semplicità e l’originalità delle nostre proposte, sulle piazze, sulle aiuole e nelle tenute verdi abbandonate, nei dibattiti, nelle scuole e nelle feste. Abbiamo cercato di far capire come una esigenza personale, quella lavorativa, e una passione intima, quella dell’agricoltura, avrebbero potuto trasformarsi in beneficio per tutti i cittadini, superando l’idea del verde pubblico “da museo” e sposando l’idea di terra come bene di tutti.

Reddito, ecologia, agricoltura, servizi, diritti, futuro: queste le parole chiave. E poi sicuramente “coraggio”, un valore necessario per difendere la bellezza di una idea e per farla diventare contagiosa, contro tutto quello e quelli che suggerivano di “non provarci neanche, che tanto non cambia niente …”.

Non ci credeva nessuno quando dicevamo che avremmo preteso l’accesso alle terre pubbliche, specie a Roma, stretta nelle sue relazioni di potere stratificate e apparentemente immutabili (e la battaglia con i costruttori ancora non è vinta). Ma un gruppo di senza terra e senza reddito, con una rete di sostegno coesa, sta dimostrando che la consapevolezza di un buon numero di persone può cambiare le cose. Vogliamo ancora ringraziare le oltre undicimila persone che hanno firmato la petizione lanciata su Change da Coraggio, Terra! Onlus e daSud e tutte le persone e associazioni che con sincerità e senza secondi fini hanno sostenuto la battaglia di un pugno di ragazzi e ragazze, sperando che con il loro traguardo si aprisse una speranza per tutti.

Ed ora viene il bello … cercare di farcela, di capire se si può davvero fare impresa in modo virtuoso e solidale. E ancora una battaglia da vincere: imporre al costruttore Mezzaroma di rispettare gli accordi di compensazione, per consegnare i casali ristrutturati entro (e non oltre) il 2016. Le Terre pubbliche in Italia sono molte, e ancora sotto proposta di essere vendute. Gli accordi internazionali, come il T-tip, minacciano la tenuta dell’agricoltura locale. L’agricoltura dei piccoli numeri aspetta di essere riconosciuta come vera identità del paese. Quello della cooperativa Co.r.ag.gio., non deve e non può essere un caso isolato. Andiamo avanti con le rivendicazioni. Coraggio! Fuori dal seminato.

 

 

FONTE: Associazione dei Comuni Virtuosi

 

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