fbpx

Tar Sands: il rischio dell’energia da sabbie bituminose

lentepubblica.it • 13 Febbraio 2015

Oggi possiamo e dobbiamo operare una scelta; una scelta obbligata che non ammette terze vie, ritardi, incertezze.

Possiamo salvare il clima, lasciando sotto terra tre quarti delle risorse fossili disponibili sul Pianeta, rivoluzionando il settore energetico con rinnovabili ed efficienza; oppure possiamo estrarre carbone, petrolio e gas fino ad esaurirli, prolungando la nostra dipendenza dalle fonti sporche, rinunciando così a difendere il nostro futuro e la vita di chi verrà.

Se per qualche inspiegabile perversione questa seconda opzione fosse la nostra preferita, allora potremmo affrontare con ulteriore determinazione la nostra corsa verso il baratro, e accelerare. Non tutte le fonti fossili sono uguali; quanto a impatti sul clima ve ne sono di veramente letali. Un esempio? Le tar sands – quelli che molti conoscono come sabbie bituminose – hanno un potenziale di emissione di gas serra pari fino a quattro volte quello di altri tipi di petrolio. Inoltre, producono enormi impatti locali in fase di estrazione (si veda quanto avvenuto alla foresta boreale dell’Alberta), un consumo di acqua abnorme (il solo fiume Athabasca, in Canada, viene espropriato di 370 milioni di metri cubi l’anno: il doppio della domanda di Calgary, una città di 1,3 milioni di abitanti); e richiedono un ingente quantitativo di solventi e additivi chimici tossici in fase di lavorazione.

Circa due anni fa l’ex commissaria europea per l’Azione per il Clima, Connie Hedegaard, aveva ingaggiato una dura battaglia per etichettare i combustibili, nella nuova versione della Direttiva carburanti dell’UE, in base alle emissioni di CO2 per il ciclo di vita. Questa battaglia si è recentemente conclusa con un nulla di fatto, nonostante l’appello di 21 premi Nobel affinché le tar sands fossero appunto “etichettate”, e fosse quindi previsto un onere compensativo per le compagnie petrolifere che le commercializzano. La Commissione ha di fatto dato via libera all’importazione del petrolio canadese estratto dalla sabbie bituminose. E il governo italiano ha ben pensato di dare l’esempio.

Il 21 gennaio il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, insieme al sottosegretario De Vincenti, ha incontrato il Ministro del Commercio canadese Ed Fast. Al centro del confronto il tema della sicurezza energetica: il nostro Paese punterebbe ad importare gas liquefatto e petrolio, quello ‘non convenzionale’ delle sabbie bituminose. Il tema, peraltro, era già stato al centro dell’intesa Italia-Canada stipulata nel maggio scorso in occasione del G7 di Roma.

Saltata una possibile tassazione del carbon footprint (ovvero “l’impronta di carbonio”) di questo combustibile, la cui estrazione è peraltro molto più costosa di quella di altri tipi di greggio, e in uno scenario di costante contrazione della domanda di petrolio, spalanchiamo le porte all’importazione dell’oro nero più sporco e dannoso per il clima. Sigliamo accordi con il Canada ma sembriamo ignorare che con i prezzi correnti del barile le tar sands rischiano di uscire dal mercato: le associazioni dei produttori canadesi hanno tagliato le stime di produzione di 65mila barili/giorno e prevedono una contrazione degli investimenti, nel 2015, di circa un terzo. Per quale motivo stiamo soccorrendo il Canada?

Risposte è difficile rinvenirne, almeno dal nostro governo. Un esilarante comunicato del Ministero dello Sviluppo Economico definisce l’import di petrolio derivato da sabbie bituminose come “forniture che rafforzerebbero il livello di indipendenza energetica dell’Italia e dell’Europa”.

Accrescere l’indipendenza energetica attraverso le importazioni di energia primaria è un po’ come combattere la fame attraverso la distruzione delle derrate alimentari, o cercare la pace a colpi di cannone.

Ma, ancor più, torna in mente il Matteo Renzi che appena lo scorso settembre, al summit sul clima delle Nazioni Unite a New York, declamava le parole di un ispirato ghost writer: «Quella dei cambiamenti climatici è la sfida del nostro tempo, lo dice la scienza, non c’è tempo da perdere: la politica deve fare la sua parte». E se poi fosse questa qui la parte che intende fare la politica – dando respiro alla crisi dei combustibili fossili più distruttivi e inquinanti – ebbene: speriamo vogliano occuparsi d’altro.

 

 

FONTE: Greenpeace Italia

AUTORE: Andrea Boraschi

 

 

 

Syncrude Oil Operations in Alberta Tar Sands

Fonte:
avatar
  Subscribe  
Notificami