Pensioni Pubblico Impiego: quota 100 entro il 2018? I numeri e l’impatto

lentepubblica.it • 22 Ottobre 2018

pensioni-pubblico-impiego-quota-100-2018Pensioni Pubblico Impiego: quota 100 entro il 2018? Ecco i numeri, alcune stime e le previsioni su quale impatto potrebbero avere in materia previdenziale per gli Statali.


Si aprono nodi sulle Pensioni anticipate del Pubblico Impiego con uscita a quota 100 che il Governo Conte ha intenzione di varare entro il 2018. qualche logica limitazione ci sarà. E’ nota quella dei 38 anni di contributi (62+38 si può, 63+37 no ad esempio). Sembra confermato che chi usufruirà di quota 100 non avrà però penalizzazioni sull’assegno pensionistico (come sottolineato dallo stesso Salvini).

 

Tuttavia la situazione potrebbe essere più complicata.

 

Perdite sull’assegno mensile

 

Più si anticipa l’uscita con la misura che sarà inserita nella legge di Bilancio 2019 e meno si intascherà di pensione. Addirittura, la perdita dell’assegno mensile potrebbe arrivare fino al 20 per cento, essenzialmente per tre motivi: l’uscita anticipata determina un minore versamento di contributi, l’innalzamento della speranza di vita (anche se questo fattore dovrà essere verificato negli anni) e l’assenza di rivalutazione dei contributi al Prodotto interno lordo. A pagarne maggiormente gli effetti negativi potrebbero essere i lavoratori in uscita anticipata nati tra il 1953 ed il 1957.

 

Pagamento dei TFS

 

Il pagamento tutto e subito del Tfs ai dipendenti statali che si pensionano. Ma l’esborso non sarebbe a carico dello Stato, bensì anticipato dalle banche. Il Tesoro restituirebbe capitale e interessi in cinque anni, riducendo così il costo della liquidazione a circa 1,5 miliardi l’anno.

 

Rischio esodati in Scuola e Sanità

 

Esiste un rischio esodo, con oltre 40mila uscite nella scuola e 70mila nella sanità. Sono questi i possibili effetti della nuova quota 100 – con 62 anni di età e 38 di contributi – su due settori chiave della galassia del pubblico impiego. Nel campo dell’istruzione – in base alle stime della Cisl scuola – considerando solo i docenti di ruolo, alle 21mila uscite già “programmate” in base alla legge Fornero per il 2019, potrebbero esserci tra i 6mila e i 20mila insegnanti che matureranno i requisiti della quota cento.

 

Ma la «quota 100» (che in realtà vale solo per chi ha 62 anni e 38 di contributi) allo studio del Governo rischio di provocare un «esodo» anche tra medici e dirigenti sanitari ospedalieri: circa 70mila camici bianchi in uscita dal 2019 al 2023. A lanciare l’allarme è il sindacato Anaao Assomed.

Che cos’è la quota 100?

 

La Quota 100 è una proposta per anticipare l’età pensionabile per i lavoratori iscritti presso i fondi di previdenza gestiti dall’assicurazione generale obbligatoria (AGO), le gestioni speciali dei lavoratori autonomi, la gestione separata i fondi sostitutivi ed esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria.

 

L’idea parte dal presupposto di ripristinare il vecchio sistema delle quote, abolito dalla Riforma Fornero del 2011, consentendo al lavoratore di sommare l’età anagrafica a quella contributiva per raggiungere un valore che consente l’uscita. Nel caso della quota 100 la somma dei valori di età e contributi deve restituire, per l’appunto, il valore 100. Questa proposta è stata fatta propria dall’attuale Governo Conte per superare la legge Fornero e dovrebbe essere contenuta nell’imminente legge di bilancio per il 2018 per partire nei primi mesi del 2019.

 

La tabella con i requisiti della Quota 100

 

Ecco le potenziali combinazioni tra età anagrafica e contributiva per centrare l’uscita nel 2019 se venisse approvato il progetto sulla quota 100. La rigidità del mix tra età anagrafica e contributiva comporta, ad esempio, che un assicurato con 36 anni di contributi e 64 anni di età pur avendo matematicamente raggiunto la quota 100 dovrà attendere almeno altri due anni per poter guadagnare l’uscita.

 

Fonte: Pensioni Oggi (www.pensionioggi.it)
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