L’insegnamento sta diventando una professione che fa ammalare: sempre più rischio psico-fisico

lentepubblica.it • 20 Ottobre 2014

Lo studio del Britain’s Office for National Statistics ribadisce i risultati già emersi da ricerche internazionali e nazionali: la gestione degli alunni, il dover prendere continue decisioni, l’ambiguità del ruolo, i vincoli temporali da rispettare fanno salire a livello vertiginoso le possibilità di incorrere nel burnout. Soprattutto tra le insegnanti in menopausa.Il nuovo Testo unico dei lavoratori impone ad ogni preside dal 2011 di prevenirne gli effetti, ma oggi in Italia su questo tema siamo ancora all’anno zero.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): per salvaguardarei conti dello Stato si è perso il senso della ragione, portando i requisiti pensionistici minimi tra i più alti in Europa. Urge una deroga alla riforma Fornero, perché nel frattempo sono già più di 70mila i docenti italiani oltre i 60 anni di età. Mentre gli under 30 costituiscono meno dell’1%, appena poche migliaia: un record dell’area Ocse che bisogna cancellare in fretta.

Un largo studio condotto dal Britain’s Office for National Statistics dimostra che lo stress sul posto di lavoro accorcia la vita delle donne. E che vi sono mestieri molto logoranti, in particolare quello dell’infermiere, dello psicologo e dell’insegnante che, a causa del continuo contatto tra utente e lavoratore vengono anche definiti“helping profession”. Ma cosa si fa in Italia a favore di questi lavoratori? Nulla. Non si fa prevenzione, non si indaga, non si informa. Anzi, portando i requisiti per andare in pensione oltre la media europea, il nostro Stato sta addirittura remandogli contro.

Preoccupa soprattutto quanto sta accadendo nella Scuola, dove l’81 per cento degli insegnanti, oltre mezzo milione, sono donne. “Mentre in nazioni come la Svizzera si prendono provvedimenti con norme che possono in qualche modo prevenire ilburnout, in Italia, nelle linee guida della Buona Scuola, non si trova nessuna misura che vada a contrastare lo stress lavorativo nella vita degli insegnanti”, ha scritto in queste ore la rivista specializzata in Istruzione ‘Orizzonte Scuola’.

Sul tema, la dottoressaLuisa Vianello, dottore di ricerca in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa alla Sapienza di Roma, sta concludendo un’indagine di settore, proprio per verificare i motivi dell’alto livello di stress legato al mestiere dell’insegnante. I risultati sono immaginabili: esistono già “numerose ricerche internazionali”, ha spiegato la ricercatrice, che “riportano fino a 50 differenti job stressor, ossia fattori che vengono ritenuti stressanti per il proprio lavoro”. Come “la gestione della classe, il dover prendere delle decisioni, l’ambiguità del ruolo, il sovraccarico lavorativo, la stima da parte dei colleghi, i vincoli temporali da rispettare”.

In Italia, la correlazione tra stress da insegnamento e patologie è stata confermata dallo studio decennale ‘Getsemani’ Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti, da cui è emerso che la categoria degli insegnanti è quella che di più conduce verso patologie psichiatriche e inabilità al lavoro: dallo studio è emerso che ad essere stressati per il lavoro logorante sono, a vario titolo, il 73 per cento dei docenti. Eppure il nuovo Testo unico dei lavoratori, l’articolo 28 del D. Lgs. 81/08, avrebbe dovuto imporre dal 1° gennaio 2011 ai datori di lavoro di adoperarsi, assieme agli organi di competenza, per predisporre un piano di studio e d’azione per contrastare il crescente problema delburnout.

Il problema è particolarmente sentito nella Scuola: secondo Vittorio Lodolo D’Oria, medico e autore di svariati studi sulburnout, secondo cui “i dati sull’aumento di patologie psicologiche o psichiatriche preoccupano, soprattutto tra le donne in menopausa: ma invece di tutelarle, con la riforma Fornero le abbiamo mandate in pensione dieci anni dopo. Mentre in altri Paesi c’è coscienza del problema, da noi il Miur continua a non far nulla. I sindacati idem”.

L’indifferenza generale sul problema crescente, rilevata dell’esperto di malattie derivanti da lavoro intellettuale, non riguarda di certo l’Anief: “il nostro sindacato – ricorda Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – ha più volte chiesto, attraverso emendamenti legislativi, di collocare l’insegnamento tra le categorie meritevoli di una deroga all’attuale legge. Chiedendo in più occasioni di riparare all’errore della Legge Fornero, che ha considerato usuranti solo alcune professioni riconducibili al comparto privato. Prima di tutto risolvendo la sempre più incredibile vicenda dei ‘Quota 96’. Poi, attuando un provvedimento per l’intera categoria dei docenti”.

La realtà è che per salvaguardare i conti dello Stato si è perso il senso della ragione: in due decenni si è passati, dalla riforma pre-Amato, quando le donne potevano andare via anche a 55 anni, alle rigidità attuali. Con le lavoratrici statali che possono lasciare il servizio non prima dei 63 anni e 9 mesi. E le docenti che non posseggono il requisito dell’età anagrafica l’anzianità contributiva è diventata di 41 anni e 6 mesi (per gli uomini anche un anno in più).

Come se non bastasse, siccome la riforma delle pensioni approvata dal Governo Monti lega le aspettative di vita all’innalzamento dei ‘tetti’ pensionistici, le prospettive sono ancora più nere: basta dire che nel 2050 si potrà lasciare il lavoro nel pubblico solamente a 69,9 anni. E per le pensioni di anzianità non andrà meglio: se nel 2016 alle donne verranno chiesti 41 anni e dieci mesi di contributi versati, sempre nel 2050 gli anni diventeranno addirittura 45 (46 per gli uomini). Pure i requisiti per la pensione di vecchiaia saranno sempre più alti, fino a che alle donne si richiederanno gli stessi requisiti degli uomini: già nel 2018 per entrambi i sessi serviranno quasi 67 anni.

“Confrontando questi dati con quelli europei – continua Pacifico – scopriamo che l’Italia si colloca tra i paesi europei che detengono l’età di pensionamento più alta. È un dato che diventa clamoroso quando si somma alla mancata considerazione delle indicazioni di salvaguardia della salute delle donne impegnate in lavori usuranti. Ma la vera beffa è che mentre tratteniamo più di 70mila docenti con più di 60 anni, siamo anche gli unici ad annoveraremeno dell’1% di insegnanti di ruolo al di sotto dei 30 anni di età anagrafica. E complessivamente due docenti su tre sono over 50”.

Mentre nei 32 Paesi Ocse, i docenti under 30 sono presenti per il 12% del totale, con punte europee (il Belgio) del 24% e Oltreoceano (Singapore) dove addirittura quasi un docente su tre (il 32%) ha meno di 30 anni. “Del resto – dice ancora il presidente Anief – cosa potevamo aspettarci da un Paese dove per diventare insegnante bisogna attendere più lustri di precariato e brindare all’immissione in ruolo in media non prima dei 40 anni?”.

Il giovane sindacato, quindi, torna a riproporre l’unica soluzione praticabile: trasformare in tutor per nuovi docenti, coloro che hanno alle spalle almeno 25 anni di insegnamento. Con conseguente sottrazione, parziale o totale, delle ore di didattica frontale. “Mettere a disposizione dei nuovi insegnanti, le conoscenze e competenze di chi sta dietro la cattedra da tanto tempo farebbe svecchiare il corpo insegnante, ma anche migliorare la qualità formativa, perché – conclude Pacifico – si ridurrebbe il periodo di avvio alla professione dei giovani prof”.

 

 

FONTE: ANIEF – Associazione Sindacale Professionale

 

scuola, sblocca italia

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