Francesco Cossiga o della necessità di uomini di Stato

Mario Caligiuri • 17 Agosto 2020

francesco-cossigaLa linea costante che emerge nell’attività politica di Cossiga è la difesa dell’interesse nazionale, che ha bisogno di rappresentanti con il senso dello Stato. È un messaggio per tutti noi ma soprattutto per le giovani generazioni. Il ricordo di Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence (Socint).


Ricordare Francesco Cossiga a dieci anni dalla sua scomparsa non significa custodire il passato ma illuminare il futuro. Ed è bene farlo per coltivare l’infaticabile dovere della memoria essendo schiacciati nell’eterno presente digitale, che fa rimanere tutto in superficie.

I regimi democratici sono messi in crisi dalla globalizzazione che richiede classi dirigenti in grado di assumere decisioni veloci. Il 1989 ha determinato se non “la fine della storia” certamente “la fine di una storia”. Infatti, oggi si evidenziano problemi inediti per i sistemi politici, con la crisi della democrazia che potrebbe identificarsi nella inadeguatezza della rappresentanza. A ridosso del trionfo elettorale dei 5 Stelle, Davide Casaleggio ha considerato “inevitabile” la decadenza dei parlamenti poiché superati dalle tecnologie. Il dibattito è delicatissimo e va necessariamente affrontato.

La democrazia si basa su due elementi fondamentali: la consapevolezza dei cittadini (che individuano, controllano e sostituiscono i propri rappresentanti), e la responsabilità delle élite pubbliche (che operano per conseguire prevalentemente l’interesse generale). In assenza di questi due presupposti, la democrazia diventa una semplice procedura elettorale, che, come il sonno della ragione, “genera mostri”, poiché seleziona classi dirigenti improvvisate.
Diceva il Cardinale Carlo Maria Martini: “Per fare politica non occorre nessuna preparazione specifica: i risultati sono di conseguenza”.

Per chi opera in politica, quindi, sono necessarie preparazione culturale e competenze specifiche. Le dinamiche della globalizzazione rendono asimmetrico lo scontro tra poteri legali e organizzazioni finanziarie e criminali.

Pertanto c’è bisogno di uomini di Stato che tutelino l’interesse nazionale, che significa perseguire il benessere e la sicurezza della collettività, difendere l’identità, valorizzare le nostre risorse in Italia e all’estero. Le interferenze internazionali hanno scandito la storia unitaria del nostro Paese.

La spedizione dei Mille venne finanziata dalla Gran Bretagna, con la quale ci schierammo nella prima guerra mondiale, dopo avere inizialmente aderito nel 1882 alla triplice alleanza, al fianco dell’impero Austro-ungarico e della Germania.

Il fascismo fu una rivendicazione dell’identità nazionale e l’intesa con il Reich risultò rovinosa. Nel secondo dopoguerra entrammo nel blocco atlantico e dopo nell’Unione Europea. Nella globalizzazione i legami politici si sono allentati in quanto prevalgono gli interessi economici in un mondo sempre più fuori controllo, con nuovi protagonisti come la Cina.

DELLA PASSIONE POLITICA

Francesco Cossiga è stato un protagonista sia della I che della II Repubblica, rappresentando quasi una cerniera tra due epoche politiche, dove si è passati dalla Repubblica dei Partiti alla Repubblica dei movimenti politici personali. In questo nuovo scenario il senso delle istituzioni non può che appannarsi rendendo sempre più difficile il perseguimento  dell’interesse nazionale.

Francesco Cossiga nasce a Sassari il 26 luglio 1928, si diploma al classico a 16 anni, si laurea in giurisprudenza a 20, diventando prima libero docente di diritto pubblico e poi professore di diritto costituzionale regionale all’Università di Sassari.

Da giovanissimo aderisce alla Dc e capeggia la rivolta dei “giovani turchi” che il 19 marzo 1956 conquista inaspettatamente il partito della sua provincia, sconfiggendo Antonio Segni, uno dei leader nazionali dello scudo crociato. Nel 1958 è deputato e nel 1966 sottosegretario alla Difesa nel III governo guidato da Aldo Moro, che ne apprezza le doti e lo valorizza. Nell’occasione si occupa del Piano Solo e della trasformazione del SIFAR in SID.

Nel 1974 diventa ministro dell’Organizzazione Pubblica nel IV governo Moro e nel 1976 ministro dell’Interno nel V governo Moro, sostituendo l’incolpevole Luigi Gui travolto dallo scandalo Lockheed.

Da ministro dell’Interno deve affrontare il terremoto del Friuli e soprattutto la recrudescenza del terrorismo che tocca il punto più alto in quei 55 giorni più tristi della Repubblica che intercorrono tra il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro avvenuto il 9 maggio 1978. Due giorni dopo Cossiga si dimette.

Nell’agosto 1979 diventa Presidente del Consiglio alla guida di un governo composto da Dc, Pli e Psdi e poi dall’aprile 1980 dirige un secondo esecutivo con Dc, Psi e Pri.

In questo periodo presiede il semestre europeo e decide l’installazione dei missili Cruise a Comiso. Sempre in questa fase si verificano la tragedia di Ustica (27 giugno 1980) e la strage di Bologna (2 agosto 1980). Viene richiesto dal Pci lo stato di accusa contro di lui imputato per avere rivelato al ministro Carlo Donat Cattin che suo figlio Marco era ricercato come terrorista.

A fine settembre del 1980, il suo governo cade – con 298 voti contrari e 297 a favore – per la mancata approvazione di un pacchetto economico che consentiva l’accordo con la casa automobilistica Nissan per rilevare l’Alfa Romeo, provvedimento fortemente avversato dalla Fiat.

Nel 1983 diventa presidente del Senato al primo scrutinio con 280 voti su 315 votanti.

Il 24 giugno del 1985 succede a Sandro Pertini come Capo dello Stato, eletto alla prima votazione con 752 voti su 977 votanti. A cinquantasette anni è il Presidente della Repubblica più giovane del nostro Paese. È l’ottavo Capo dello Stato, il quinto proveniente dall’ex Regno di Sardegna, dopo Einaudi, Segni, Saragat e Pertini.

Durante il suo mandato, il 9 novembre 1989 crolla il muro di Berlino che provoca una trasformazione profonda nella politica mondiale. Da allora “guardò oltre il muro” passando da una funzione prevalentemente notarile a quella di “picconatore” del sistema politico.

Nel 1991 pronuncia tre interventi a braccio alle feste della Polizia di Stato (4 aprile), dell’Arma dei Carabinieri (4 giugno) e della Guardia di Finanza (21 giugno) in cui traccia le linee delle riforme istituzionali che verranno presto formalizzate.

Infatti, il 26 giugno 1991 invia un messaggio alle Camere. Dopo avere esaminato le modalità di trasmissione, il Parlamento lo discusse il 23, 24 e 25 luglio successivi. Per Paolo Savona e Pasquale Chessa si è trattato di una “grande riforma mancata”.

Il Presidente agiva in solitudine, tanto che quell’anno Paolo Guzzanti pubblica il libro “Cossiga uomo solo”. Dirà successivamente Luciano Violante: “Nessuno lo seguì e i partiti crollarono come lui aveva previsto”. Insieme alle polemiche sulle “picconate” esplode il caso Gladio e il Presidente conferma la legittimità dell’organizzazione.

Viene messo per la seconda volta in stato di accusa, sempre su iniziativa del Pci, da qualche mese Pds. Il 25 aprile del 1992 si dimette da Capo dello Stato con oltre due mesi di anticipo.

DELLA SECONDA REPUBBLICA

Da senatore a vita affronta la fine della I Repubblica e la nascita della II. Sono gli anni incandescenti che vanno dal 1992 al 1994, segnati dagli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da tangentopoli e dalla dismissione delle partecipazioni statali. Nella XIII legislatura, avviata nel 1996, determina una svolta politica decisiva. Nel febbraio 1998 fonda l’Udr con Rocco Buttiglione e Clemente Mastella.

Nell’ottobre successivo Romano Prodi viene sfiduciato per un voto e l’Udr è determinante per eleggere per la prima volta capo del governo un ex comunista, Massimo D’Alema, rendendo compiuta la democrazia italiana.

Chiusa questa esperienza, Cossiga ha una seconda giovinezza. Scrive libri in cui esprime il suo punto di vista sul passato e sul presente, prosegue l’impegno pubblico dal punto di vista culturale, si impegna nell’attività parlamentare per salvaguardare il ruolo delle istituzioni, si adopera per diffondere la cultura dell’intelligence nel Paese.

Pubblica una serie di volumi: nel 2000 La passione e la politica (con Piero Testoni), nel 2003 Discorsi sulla giustizia, nel 2005 Per carità di patria. Dodici anni di storia e politica italiana 1992-2004 (con Pasquale Chessa), nel 2007 Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d’Italia da Cavour a Berlusconi (con Pasquale Chessa), nel 2007 L’uomo che non c’è e nel 2009 Novissime Picconate (interviste a Claudio Sabelli Fioretti). Nel 2009 La versione di K (con Marco De Marco) e nel 2010 Fotti il potere (con Andrea Cangini). In quest’ultimo libro sostiene che nei prossimi anni criminalità, economia e politica potrebbero diventare indistinguibili.

Nel frattempo aveva collaborato con Libero firmando con il nom de plume di Franco Mauri. Raccoglie gli articoli nel 2002 nel libro Corsivi di un ragazzo di Paese. Scrive anche su Il Riformista con lo pseudonimo invertito di Mauro Franchi.

DELL’INTELLIGENCE

Il 4 luglio 2001 presenta al Senato una proposta di riforma della legge sui Servizi approvata nel 1977, quando era ministro dell’Interno. L’anno dopo pubblica Abecedario per principianti, politici e militari, civili e gente comune. Lo firma aggiungendo l’aggettivo di “dilettante”, per spiegare di averlo scritto scritto “per diletto”. Invece sul tema era molto competente, tanto che un Servizio estero di tutto rispetto gli aveva assegnato il nome in codice “Cesare”.

Nel 2007 sollecita l’avvio del primo Master in intelligence di un ateneo pubblico italiano presso il Campus di Arcavacata in Calabria. Intervenendo nella giornata inaugurale del 15 settembre 2007 sostiene che la vicenda della P2 fosse stata un’azione di disinformatia del KGB. Nel 2008 assume l’incarico di presidente onorario del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, anche questo primo nel nostro Paese.

DEL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA

La linea costante che emerge nell’attività politica di Francesco Cossiga è la difesa dell’interesse nazionale, che per essere perseguita ha bisogno di rappresentanti con il senso dello Stato, chiamati a svolgere funzioni istituzionali dopo avere maturato una serie di competenze.

È un messaggio per tutti noi ma soprattutto per le giovani generazioni. Infatti, nelle dimissioni da Presidente della Repubblica ricordava: “Ai giovani voglio dire di amare la Patria, di onorare la Nazione, di servire la Repubblica, di credere nella libertà e di credere nel nostro Paese”.

È un invito ad affidarsi alla democrazia quanto mai attuale, perché la democrazia non è solo la meno imperfetta forma di governo, ma anche la meno imperfetta forma di giustizia sociale. E non a caso Cossiga sosteneva che “Questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”. Praticamente ci sta mettendo in guardia su quanto potrebbe presto accadere.

Mario Caligiuri ha scritto “Francesco Cossiga e l’intelligence” (Rubbettino, 2011) e “Francesco Cossiga. I grandi sardi” (ottobre 2019, allegato a “La Nuova Sardegna”). Ha promosso il Premio “Francesco Cossiga per l’intelligence” assegnato a Carlo Mosca che si svolgerà domani 17 agosto alle ore 18 con interventi di Gianni Letta e Giuseppe Cossiga.

 

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Fonte: articolo di Mario Caligiuri
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